CAPITOLO TRE

Quando uscii, mi accorsi di essere una delle ultime. Avevo passato un sacco di tempo a cercare di capire come avremmo dovuto indossare quella vestaglia striminzita ed essere presentate in una stanza piena di alieni lascivi e pieni di lussuria.

Forse non provavano emozioni come gli umani, ma secondo la madre afroamericana di Roe, potevano metterti incinta con un solo sguardo e diceva anche qualcosa del tipo: «Sono cinquanta per cento crudeltà e cinquanta per cento sesso».

Non chiedetemi come venissi a sapere queste cose, sono molto brava a passare inosservata.

Proprio come stava succedendo in quel momento. Mi stavo tirando giù il tessuto trasparente e minuscolo che ci avevano dato da indossare, mentre i truccatori e i soldati sfilavano per la stanza, indaffarati in varie faccende.

Mi guardai intorno, cercando la mia migliore amica, e capii perché ci avevo messo tanto a trovarla. Le avevano messo una parrucca bionda. Devo ammettere che le stava da dio, ma sapevo che era a disagio. I suoi occhi non potevano mentire, neanche se ci avesse provato.

Ma erano tre anni che ci preparavamo mentalmente a questo. Sua sorella maggiore era andata ed era tornata l'anno prima e, anche se non le era permesso di darci dettagli, ci aveva detto in generale cosa aspettarci. Le sue regole d'oro erano: primo, non fidarsi mai di nessuno che avesse sangue alieno nelle vene e, secondo, non innamorarsene mai.

Due cose per niente difficili da fare. Li odiavamo, e questo era quanto.

«Ehi, tu! Perché te ne stai lì impalata come una delle scartate? Vieni qui e preparati!» mi urlò qualcuno. Corsi a sedermi e iniziarono a tirarmi e a tormentarmi da ogni parte, cercando di trasformarmi in qualcosa che potesse piacere a quegli uomini.

Una volta che una ragazza era pronta, veniva mandata nel corridoio che portava alla sala delle offerte. E siccome ero uscita tardi dal bagno e avevo passato tutto quel tempo a fissare il vuoto, beh, fui praticamente l'ultima a entrare.

Non so perché, ma mi sembrò una marcia della vergogna. Dopotutto, alla fine di quel percorso c'erano uomini in attesa di darmi un prezzo come a una merce qualunque. Avevano ripulito tutto a tempo di record mentre aspettavano che la mia truccatrice finisse, e si sentiva solo il rumore dei miei tacchi mentre percorrevo il corridoio deserto. Ero più che pietrificata.

All'improvviso, qualcuno mi afferrò e mi spinse in uno sgabuzzino che sembrava usato per riporre dei vestiti, facendomi urlare di terrore.

«Chiudi quella cazzo di bocca! Non si accorgeranno che non ci sei, e preferiscono pure che non siate vergini, quindi gli farò un favore» sussurrò quel viscido essere spregevole di uno XYZ, mentre si slacciava la cintura e tirava fuori il suo pene orribile ma eretto.

Urlai più forte e lui mi tappò la bocca con la mano, rovinandomi ovviamente il trucco. Ma non mi importava. Anzi, mi divincolai e lottai con tutte le mie forze per liberarmi, ma lui era chiaramente più forte.

La mia mente era un groviglio di paura e terrore, le sue mani vagavano su tutto il mio corpo mentre cercava di spogliarmi.

Ma poi, mi ricordai di ciò che mi aveva insegnato mio padre e mi calmai per un istante, facendo rilassare anche lui. Mentre lottavo, la mia mano aveva trovato un oggetto appuntito e, quando smisi di muovermi, lui fece un sorriso inquietante e malvagio, mentre la sua coda sferzava l'aria nel buio.

«Brava ragazza. Visto? Non era così difficile, eh? Ci divertiremo di più senza tutti quei contorcimenti. Mi ringrazierai per questo, i miei superiori non sono così delicati. Ora togliti i vestiti, svelta» ordinò, ma io lo fissai per un secondo prima di pugnalarlo rapidamente al collo. E questa volta, fu lui a urlare.

Mentre il sangue verde zampillava dalla sua gola, realizzai quello che avevo appena fatto e mi sentii terrorizzata.

«Che cosa ho fatto? Merda! Merda! Merda!» borbottai, prendendo uno straccio e premendoglielo sul collo per fermare l'emorragia. Se fosse stato un pezzo grosso, forse sarebbe bastato, ma questo era uno XYZ. Ci sarebbe voluta una trasfusione da parte di un ABC perché sopravvivesse, e a chi sarebbe mai importato? Quelle caste erano piuttosto egoiste e non si curavano di noi sguatteri o di feccia come quella.

Potevo già immaginarmi mandata al patibolo senza processo. Nessuno avrebbe saputo cosa aveva cercato di fare, e anche se l'avessero saputo, non gliene sarebbe importato.

Stavo piangendo a dirotto quando qualcuno finalmente sentì la colluttazione e aprì la porta.

Ed eccomi lì, a piangere per terra mentre tenevo un pezzo di stoffa premuto sul collo di un ibrido morente. Ero fottuta alla grande.

Ma questo era solo l'inizio dei miei guai. Se ci avesse scoperto un superiore, la cosa sarebbe potuta andare diversamente, ma era un suo simile, uno XYZ. E anche se odiavano tutti gli altri, tra di loro si volevano un bene feroce, e questo non esitò a dimostrarlo.

Un attimo dopo aver capito cos'era successo, mi diede uno schiaffo violento e mi trascinò per i capelli nel corridoio.

«Korvus! Questa stronza ha appena ucciso Kronos!» urlò lungo il corridoio.

Mentre piangevo, trascinata dietro di lui, la sua presa sui capelli mi provocò non solo un mal di testa, ma un’emicrania atroce. Un’orda di persone ci corse incontro. Mi sentii come un agnello condotto al macello, e tutto ciò che potevo fare era piangere.

La parte più dolorosa era che Roe non avrebbe mai saputo cosa mi fosse successo, e nemmeno la mia mamma, né nessun altro. Sarei semplicemente scomparsa, come migliaia di ragazze ogni anno, senza che nessuno potesse spiegare cosa fosse loro accaduto. Nel giro di qualche settimana, sarei stata dimenticata, proprio come loro.

La mia unica consolazione era che quel bastardo non era riuscito nel suo intento. Sentivo ancora le sue mani sporche su tutto il corpo, ma non ce l'aveva fatta. Quel pensiero non mi dava il sollievo che speravo, ma avrei finto di sì, sperando che quella sensazione schifosa mi desse un po' di tregua.

«Che vuol dire che ha ucciso Kronos? È solo un’umana» chiese uno di quelli in uniforme militare, mentre altri correvano verso l'armadio aperto per verificare.

«È a malapena vivo! Lo straccio che gli ha messo sul collo ha rallentato la perdita di sangue, ma potrebbe non sopravvivere se non facciamo subito qualcosa. Dobbiamo portarlo via immediatamente!» gridò qualcuno da lì, facendomi tirare un sospiro di sollievo.

Forse mi avrebbero solo messa in prigione per un po' e rilasciata anni dopo, sempre che non fossi impazzita prima.

Un altro schiaffo mi riportò alla realtà.

«Come hai osato mettergli addosso le tue luride mani, inutile mortale?» mi urlò in faccia un'altra donna in uniforme, e pregai qualunque dio esistente che non fossero parenti stretti. Mi avrebbe uccisa prima che si decidesse qualunque cosa, e di certo non sarebbe stata punita per questo.

«Ha cercato di…» cominciai a spiegare, ma fui zittita da un altro schiaffo violento.

«Zitta! Quale misera scusa pensi di avere per giustificare una cosa del genere? L'hai quasi ucciso!» mi gridò contro. Tutti intorno a me le diedero ragione e stavano per farmi assaggiare una bella dose di linciaggio quando sentimmo una voce.

«Che sta succedendo qui?!» urlò un uomo, e capimmo subito che era un superiore, perché tutti si raddrizzarono in segno di rispetto.

«Padrone. È questa umile umana. Ha tentato di uccidere Kronos» spiegò la donna.

Lui la guardò pensieroso, prima di fare cenno agli altri di fargli spazio per raggiungermi.

«E perché l'hai fatto, signorina?» mi chiese.

«Padrone, niente di quello che dirà può giustificare il suo tentato omicidio. Deve essere uccisa!» rispose l'uomo che ci aveva trovati, stringendo la presa sui miei capelli prima che potessi dire una parola.

«XYZ, lasciale i capelli e se parli di nuovo senza che io ti faccia una domanda, perdi le palle» sbottò lui, e il tipo si zittì all'istante. Sapevamo tutti che non stava scherzando.

«Signorina, le ho fatto una domanda. Perché ha quasi ucciso un XYZ che stava solo facendo il suo lavoro?» mi chiese, e non riuscii a trattenere le lacrime fresche che iniziarono a scorrermi lungo le guance mentre cominciavo a spiegare.

Potevo immaginare di sembrare un gatto bagnato, conciata com'ero tra il dolore, gli schiaffi e il trucco rovinato.

«Padrone, ero l'ultima a dovermi preparare per l'asta e, mentre camminavo lungo il corridoio, lui mi ha trascinata in quel camerino e ha cercato di prendersi la mia innocenza. Diceva che mi stava facendo un favore, ma io non lo volevo. Mi sono divincolata e, visto che non mi lasciava andare, ho trovato quella gruccia e gliel'ho conficcata in gola. Non volevo, lo giuro, volevo solo che mi lasciasse» spiegai, con le lacrime che cadevano a fiotti.

L'uomo che mi teneva per i capelli lasciò la presa quando tutti notammo il cambiamento d'espressione sul volto dell'ABC, che afferrò immediatamente uno degli uomini per il collo e cominciò a urlargli contro.

«Siete tutti come lui? Vi approfittate di ragazzine che stanno già combattendo una battaglia persa, portando via l'ultimo briciolo di dignità che gli è rimasto? E quando una di loro decide di difendersi, voi volete ucciderla per questo?!» urlò contro tutti loro, che si inginocchiarono implorando.

«La prego, ci perdoni, Padrone. Non sapevamo fosse andata così. Ci dispiace» supplicò la donna, la cui voce aveva una strana sfumatura sensuale.

Un attimo, stava cercando di sedurre l'ABC proprio in quel momento? Incredibile.

Comunque, lui la ignorò e continuò a esprimere il suo disappunto.

«Avete visto una ragazza umana in quella situazione e non avete pensato di chiedere cosa fosse successo. Sapete una cosa? Siete tutti licenziati. Tranne chiunque sia responsabile del suo trucco. Trovatemelo» ordinò, e subito il ragazzo si fece avanti, con la coda tra le gambe. Era il loro modo di mostrare paura o sottomissione.

«Sono io, Signore.»

«Falla ripulire e falle indossare abiti comodi, immediatamente. Se si lamenta di qualcosa, ti ammazzo. Sbrigati. Voglio vederla nella sala delle aste tra trenta minuti, o siete tutti morti!» ordinò, poi si voltò e se ne andò.

Mi aspettavo quasi che mi uccidessero, al diavolo le conseguenze, ma suppongo che la paura superasse il loro odio, perché sparirono tutti e il truccatore mi riportò nel camerino.

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