CAPITOLO SEI

Per tutto il viaggio non degnò di uno sguardo né le mie lacrime né l'odio che provavo per l'intera situazione; al contrario, finse che non esistessi, così decisi di smettere di autocommiserarmi e feci la stessa identica cosa. Mi voltai verso il finestrino dal mio lato e guardai il mondo scorrere via. Questo nuovo mondo che avevano creato, anche se stavano per distruggerlo, era bellissimo. Non si vedeva un senzatetto da nessuna parte. Li avevano mandati tutti alle fattorie.

A volte pensavo che avessero scelto la Terra perché qui potevano sopravvivere, apprezzavano il nostro cibo e i loro nasi lunghi e appuntiti assorbivano il nostro ossigeno senza problemi.

Persa nei miei tristi pensieri, non mi accorsi nemmeno del nostro arrivo.

Mi raddrizzai mentre lui scendeva dall'auto e, quando feci per seguirlo, alzò una mano per fermarmi. Immaginai non fosse un gran chiacchierone; le mani facevano gran parte del lavoro per lui.

«Vado a una riunione, l'autista ti porterà a casa e ti aiuterà a sistemarti.»

Guardai l'autista e mi resi conto che era un XYZ.

«Aspetta! Ti prego, ti aspetto qui. Non voglio andare in un posto che non conosco senza di te. Potrebbero pensare che sia un'impostora o qualcosa del genere» dissi in fretta, e lui si fermò a rifletterci. «Ti prego» insistetti.

«E va bene. Ma stai ferma e non rompere niente!» ordinò.

Santo cielo, non ero mica una bambina. Mamma si era già occupata del lato distruttivo delle mie mani. Adesso le cose le creavo, invece del contrario, ma questo non glielo dissi; mi limitai ad annuire e a restare seduta in macchina mentre la portiera si chiudeva.

«Vado a prendere qualcosa da mangiare, vuoi niente?» sentii dire da qualcuno, per poi scoprire che era l'autista.

Aveva un tono così calmo e civile, ma non ci sarei cascata. Le mie cicatrici erano ancora fresche e, sotto quella patina di raffinatezza, erano tutti uguali.

«No, grazie. Non riuscirei a mandare giù niente adesso» risposi, sistemandomi in modo che non potesse vedermi in faccia.

«D'accordo, lascio l'aria condizionata accesa. Solo il Principe può aprire l'auto senza chiave, quindi non devi avere paura di restare da sola, va bene?» aggiunse con un tono così gentile che però mi rifiutai di credere.

«E se dovessi fare pipì? Posso aprirla da sola?»

«Non starò via a lungo. Vado solo a prendere un hamburger qui sotto, ma se hai bisogno di qualcosa di urgente, lì c'è un dispositivo con cui puoi telefonare. Il mio numero è salvato come "autista".»

«Ok, grazie. Non c'è bisogno che torni di fretta, starò bene» dissi, sperando che se ne andasse in fretta.

Lui annuì e uscì, lasciandomi sola in quell'auto enorme.

Mi asciugai subito le lacrime e provai a chiamare il numero di mamma con il dispositivo, ma la chiamata non partiva; qualcosa continuava a interromperla. Maledizione, forse il telefono era fatto apposta per pochi numeri! Iniziai a premere pulsanti e a tirare maniglie, la claustrofobia mi assaliva a ondate e dovevo fare respiri brevi e irregolari, ma non serviva a niente.

Mi resi conto che non solo ero bloccata in quell'auto senza via di fuga, ma lo era anche la mia vita: bloccata con un uomo che non era veramente umano e il cui unico scopo era usarmi fino alla morte. Almeno gli altri prendevano in prestito i nostri corpi; lui mi aveva comprata, e i miei genitori non ne erano nemmeno a conoscenza.

Nuove lacrime cominciarono a scendere mentre spingevo e tiravo una maniglia, ma questa volta, con mia grande sorpresa e felicità, si aprì.

La gioia, però, durò poco. Qualcuno l'aveva aperta dall'esterno, ed era il tizio che aveva perso l'asta.

«Il Principe è impegnato in una riunione e mi ha chiesto di vedere come stavi, visto che mi conosci già. A quanto pare hai paura degli estranei. Qual è il problema? Aspetta, stai piangendo?» chiese, preoccupato.

«No, Padrone, sto bene. È solo che mi scappava tantissimo e pensavo di poter aprire la portiera da sola,» risposi, cercando di ricompormi.

«Mi dispiace. È impossibile aprire un’auto che non hai pagato senza l'esplicito permesso del proprietario. È così che abbiamo fermato i furti d’auto quando siamo arrivati sul vostro pianeta.»

«Ma voi non siete, tipo, parte di noi? Anche solo un pochino.»

Lui rise.

«È solo una cosa che vi diciamo per farvi sentire inclusi. Noi siamo i discendenti diretti dei più potenti sovrani di Zorvath. L'unica cosa che condividiamo sono i sentimenti, e per scelta. Vieni, ti porto al bagno.» disse, porgendomi la mano, che io afferrai.

Guardandolo più da vicino, concordai con una parte della sua ideologia, ma solo una.

La coda e la pelle bluastra lo distinguevano da noi, ma il suo viso era fatto proprio come i nostri, solo un po' più bello di qualsiasi uomo avessi mai visto. E il modo in cui l'abito che indossava gli fasciava la figura rendeva ovvio che sotto fosse muscoloso.

«Ecco, fai in fretta, va bene? Ho da fare là dentro.»

«Okay.»

Entrai nel bagno. In realtà non mi scappava, ma decisi di farla comunque. Poi presi delle salviette e tolsi il trucco rovinato dal viso meglio che potei, lavandomelo con una saponetta che trovai lì. Non mi importava se fosse pulita o no; avevo solo bisogno di smettere di sentirmi così appiccicosa. Ma forse era la mia anima a sentirsi in quel modo, perché anche dopo essermi strofinata la faccia fino a farla diventare rossa, mi sentivo ancora uno schifo.

Uscii e lo trovai che batteva il piede a ritmo, ascoltando… musica. Incredibile.

Gli ABC erano stoici e inavvicinabili, quindi l'idea che uno di loro potesse godersi cose così banali lo faceva apparire diverso, come se usasse le sue emozioni più spesso di quanto non desse a vedere.

«Ho fatto. Posso chiederti cosa stai ascoltando?» La mia curiosità ebbe la meglio. Sembrava un miracolo e volevo capire come fosse possibile.

«Oh, è Jon Bellion. Roba vecchia, ma è fantastico. Ho tutti i suoi album. Vuoi sentire?» disse, tirando fuori il minuscolo auricolare e mettendomelo all'orecchio.

Un rossore improvviso mi colorò le guance mentre lui mi prendeva la mano. Tornammo indietro, io che ascoltavo la musica e, devo dire, era piacevole. I testi erano strani, ma era piacevole, così come lo era la sua mano calda intorno alla mia vita, che mi spingeva ad appoggiarmi di più a lui.

«Grazie mille. Non ho avuto modo di dirtelo prima, mi hai salvato la vita,» gli dissi quando arrivammo alla macchina, esprimendo finalmente la mia gratitudine.

«Non ti preoccupare. Nessuno dovrebbe subire quello che hai passato tu, e sono molto fiero di come ti sei difesa.»

Le sue parole e tutte le gentilezze che mi stava riservando mi fecero desiderare di essere stata scelta da lui.

Mi aprì la portiera e feci per entrare, ma mi trattenne per mano, bloccando del tutto i miei movimenti. Il cuore prese a battermi all'impazzata per la sua vicinanza; la sua presenza forte e mascolina mi mandava il corpo in pappa. Mi mossi appena e il seno gli sfiorò lo stomaco. Trasalii per la sensazione che mi provocò in mezzo alle gambe. Ero così vicina che potevo sentire il suo dopobarba. Risvegliò in me desideri che non sapevo nemmeno di avere. Forse era un effetto post-traumatico, ma anche se ero stata scelta dal principe, un'ondata di ribellione mi spinse a voler abbandonare il mio corpo contro il suo.

Un forte colpo di clacson ruppe la tensione tra noi e io salii in macchina, avvolta da un misto di eccitazione e terrore.

Qualcuno ci aveva visti. E se lo avessero riferito a Sua Maestà?

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