Capitolo primo
Presi un respiro tremante mentre scavalcavo il muretto, con il vento che mi sferzava intorno, impietoso. Mi pizzicava le guance bagnate e la punta del naso. La testa mi pulsava e gli occhi rossi e gonfi bruciavano per le lacrime che non si erano placate, nemmeno quando pensavo di non averne più da versare. Tenevo la mano sinistra sul pilastro per stabilizzare il mio corpo tremante, mentre scrutavo oltre il bordo del ponte.
L'acqua sottostante era nera come il cielo notturno, ma riuscivo comunque a vederla muoversi veloce, liscia come seta eppure mai ferma. Mulinava come un abisso vuoto. Non mi stava invitando a sé, come avevo immaginato. Avevo fantasticato che quel nastro d'acqua gelida mi avrebbe chiamata, rendendo tutto più facile, ma anche lei era disgustata da me e non voleva che entrassi nelle sue gelide profondità per contaminarla con il mio essere ripugnante.
In verità, non volevo farlo neanche io. Non volevo morire. Volevo vivere la mia vita, ma non potevo affrontare un altro giorno in quell'inferno. Mi faceva male la testa, mi facevano male i polmoni e mi faceva male il cuore. Ogni livido pulsava, il labbro gonfio bruciava, anche se aveva smesso di sanguinare da un po'.
La maggior parte delle ragazze della mia età si starebbe preparando per il college, passerebbe le vacanze estive e i fine settimana con gli amici o guadagnerebbe qualche soldo con un lavoretto. Sognerebbero di incontrare l'amore della loro vita e magari di mettere su famiglia. Un tempo anch'io avevo quei sogni, ma a poco a poco erano stati distrutti. I miei amici mi erano stati strappati via, la mia autostima e la mia fiducia in me stessa annientate, finché non era rimasto altro che un guscio sottomesso, un sacco da boxe ambulante che Noah Winters poteva usare e di cui poteva abusare.
Mi stava sistematicamente portando via tutto. Mi aveva isolata perché non avessi nessuno a cui rivolgermi, aveva fatto a brandelli la fiducia in me stessa e ora stava prendendo di mira la mia dignità e il mio corpo. Potevo ancora sentire le sue dita scorrermi sullo stomaco e sulle costole come ragni, un attimo prima che si conficcassero nei miei fianchi lividi, facendomi gridare di dolore. Avevo visto lo sguardo nei suoi occhi neri mentre lo faceva, il piacere malato e perverso che provava nel violarmi e nel farmi del male. I miei singhiozzi e le mie suppliche erano come una droga per lui. Lo vedevo sballarsi, assaporare ogni istante. Ne voleva sempre di più, finché non fosse diventata l'unica cosa che aveva e di cui gli importava.
La mia infelicità era la sua ossessione.
Il freddo pungente cominciava a intorpidirmi le dita delle mani e dei piedi. Non so per quanto tempo rimasi lì, sul bordo del ponte, cercando di convincermi a lasciarmi andare, ma nella mia testa infuriava una battaglia. Cosa avrebbe pensato mio fratello? Come avrebbe affrontato la mia scomparsa? Avrebbe capito perché lo stavo facendo?
Sentivo ancora la voce di Noah nella testa che mi scherniva, mi umiliava, mi riduceva a niente.
Sei disgustosa.
Sei così inutile che perfino tuo fratello non sopporta di starti vicino.
Mi divertirò a portarti via ogni cosa.
Tu mi appartieni, Ellie.
Rabbrividii come un bucaneve nel vento. Lo stomaco mi si contorse e rivoltò al ricordo dei suoi occhi che, dopo aver lasciato i miei, avevano vagato su di me, perlustrandomi. Non era attrazione, quella che avevo visto. A dire il vero, non so bene cosa fosse, ma era qualcosa di freddo e oscuro. Qualcosa di così primordiale e disumano che avevo sentito le dita gelide della paura stringermi il petto più forte che mai. In quell'istante capii che non si sarebbe fermato finché non mi avesse umiliata nel modo più estremo.
«Preferirei morire» sussurrai tra me e me, trovando quel briciolo di lucidità che mi serviva per staccare le dita dal pilastro e lasciare che il vento mi spingesse nell'abisso.
Tre mesi prima
La gamba mi tremava nervosamente mentre fissavo lo schermo blu davanti a me, il suono di un telefono che squillava proveniente dagli altoparlanti. Era quasi mezzanotte, ma era l'unico momento in cui potevo parlare con mio fratello, che si trovava in una base militare a migliaia di chilometri di distanza.
Per anni eravamo stati solo io e Liam. Mio padre non l'ho mai conosciuto. Se n'era andato quando avevo tre anni, lasciando me, Liam e nostra madre completamente distrutti.
Mamma non riusciva a gestire il ruolo di madre single e si era rifugiata nell'alcol: stava fuori fino a tardi e dormiva tutto il giorno. All'epoca ero troppo piccola per capire che non ce la stava facendo. Era piuttosto giovane quando aveva avuto me, ma solo un'adolescente quando era nato Liam. Era stata costretta a crescere in fretta, ma la responsabilità di badare a due figli da sola era semplicemente troppo per l'ex reginetta di bellezza del liceo.
Negli anni si susseguirono un fidanzato dopo l'altro, nessuno particolarmente gentile, ma ognuno di loro era l'amore della vita di mia madre, finché non lo era più.
Poi, quando Liam aveva sedici anni e io nove, mamma si trovò un nuovo fidanzato con i soldi. Era un po' più grande di lei, ma questo è tutto ciò che sapevamo di lui, perché non lo incontrammo mai e lui non seppe mai di noi. Nel giro di poche settimane, partirono per una vacanza a Las Vegas e quella, amici miei, fu l'ultima volta che vidi mia madre.
Da allora, siamo rimasti solo io e Liam.
Lui assunse il ruolo di genitore e fratello senza mai lamentarsi. Mi aiutava con i compiti, si trovò un lavoro part-time per non dover dipendere dagli assegni irregolari di nostra madre e, una volta diplomato, si arruolò nell'esercito.
Dato che a quel punto poteva essere il mio tutore legale, ciò significava che poteva garantirmi un tetto sopra la testa, ma al prezzo di dover stare lontano da casa per mesi interi. Tra i dodici e i sedici anni ho vissuto per lo più con un'amica di famiglia... be', dico amica di famiglia, ma in realtà era una dolce signora anziana il cui figlio era anche lui un militare, ed era più che felice di prendersi cura di me ogni volta che Liam era via. Non conosceva né mio padre né mia madre, e non fece mai domande.
Poi, l'anno scorso, ha deciso di trasferirsi in Florida, lasciandomi completamente da sola. Non che mi sia dispiaciuto più di tanto. Ero abituata a cavarmela per conto mio. Avevo un lavoretto part-time, me la cavavo in cucina e non ero particolarmente socievole, quindi Liam non si era mai dovuto preoccupare che andassi alle feste o facessi tardi la sera.
Non era una situazione perfetta, ma d'altronde, cosa lo è nella vita?
Lo schermo davanti a me lampeggiò e si oscurò, prima che un'immagine sgranata di mio fratello apparisse sul display.
«Ehi, patatina! Come va?» sorrise Liam, con la voce metallica che usciva dagli altoparlanti del vecchio portatile.
«Smettila di chiamarmi così» mi lamentai senza troppa convinzione. «Va tutto bene. Domani ricomincia la scuola.»
«Davvero? Cavolo, mi sembra ieri che mi dicevi che avevi finito per l'estate.»
«Il tempo vola, eh?» ridacchiai. «E poi è il mio ultimo anno.»
«Già! Sei emozionata?» mi chiese Liam.
Esitai a rispondere.
Ero una ragazza abbastanza sveglia. Non ero un genio di natura, ma mi impegnavo e a scuola andavo bene. Avevo voti abbastanza alti da poter considerare seriamente il college e avevo anche accumulato qualche credito extra. Tuttavia, la scuola era il posto che mi piaceva di meno al mondo, specialmente quando c'era nei paraggi Noah Winters.
Noah Winters. Non gli ero mai piaciuta. Non aveva un motivo preciso, era solo un bullo che se la prendeva con quelli come me. Nell'ultimo anno, però, aveva intensificato la sua campagna contro di me. Era iniziata con piccole cose, come cercare di farmi lo sgambetto e darmi dei nomignoli, cose che potevo ignorare, ma poi la situazione era peggiorata. Faceva di tutto per mettermi in imbarazzo davanti all'intera scuola, mi spingeva contro gli armadietti e convinceva i suoi amici a mettere in giro voci sul mio conto. E così via, ogni settimana peggio della precedente.
Cercavo di ignorarlo. Avevo qualche amico a bilanciare le cose, ma uno dopo l'altro avevano iniziato a prendere le distanze. O Noah li prendeva di mira finché non smettevano di frequentarmi, o trovava qualche altro modo per allontanarli. Era successo tutto così in fretta che quasi non me n'ero accorta.
All'improvviso, mi ero ritrovata completamente sola, senza nessuno a guardarmi le spalle.
L'ultimo giorno di scuola prima dell'estate era stato il peggiore in assoluto. Quel giorno non ero di ottimo umore, così quando Noah aveva provato a farmi lo sgambetto, ero sbottata. Mi ero girata di scatto e gli avevo dato uno schiaffo davanti a tutta la scuola. Avrei dovuto capire subito che mi stavo cacciando in un mare di guai, ma mentre restavo lì, a guardare quel mostro massaggiarsi la guancia che gli avevo appena colpito prima di andarsene infuriato, ingenuamente pensai di aver vinto.
Mi sbagliavo.
La punizione per il mio errore, però, arrivò solo a fine giornata. Mi tese un agguato prima che potessi uscire da scuola, trascinandomi fino alla piscina dell'istituto e tenendomi la testa sott'acqua finché non svenni quasi.
«Mi divertirò un mondo con te» mi aveva ringhiato all'orecchio prima di lasciarmi a terra, a tossire e sputacchiare.
«Come ti va la vita?» cambiai bruscamente argomento, sforzandomi di sorridere all'immagine di mio fratello.
«Oh, sai, la solita storia» disse Liam, alzando le spalle. «Senti un po'. Un mio amico ha appena finito il servizio militare e gli serve un posto dove stare per un po'. Ho pensato che i soldi ci avrebbero fatto comodo, quindi gli ho detto che può prendere la stanza degli ospiti.»
«Oh» cercai di non sembrare a disagio, ma come potevo non esserlo? Non avevo mai conosciuto nessun amico di Liam e non avevo idea di cosa aspettarmi. «Okay. Come si chiama?»
«Aiden. Non preoccuparti, non ti darà fastidio. Dovrebbe arrivare tra una settimana» spiegò Liam. «Senti, ora devo scappare. Fa' la brava, patatina, ci sentiamo tra qualche giorno!»
Liam sparì prima ancora che potessi reagire, lasciandomi di nuovo a fissare uno schermo blu con una piccola nota che diceva "Liam è ora offline". Sospirando pesantemente, chiusi lo schermo del portatile e mi lasciai sprofondare sul letto mentre il buio mi avvolgeva. Avevo già lo stomaco in subbuglio per l'ansia al solo pensiero della scuola l'indomani, ma la notizia di Liam aveva peggiorato le cose. Sapeva che non ero a mio agio con gli estranei, quindi perché ne stava facendo trasferire uno a casa nostra? E se questo Aiden fosse stato un pazzo furioso o una persona orribile?
Sentii il petto stringersi mentre i pensieri cominciavano ad affollarmi la mente, unendosi al tornado di preoccupazioni e domande che già mi tempestava il cervello. Ogni pensiero aggiungeva pressione al petto, come se qualcuno mi si fosse seduto sopra, comprimendomi i polmoni finché non credetti che avrei smesso di respirare del tutto.
Respira, Ellie. Respira…
Mi costrinsi a fare qualche respiro profondo per calmarmi, cercando di tenere sotto controllo quella tempesta di nervosismo. L'amico di Liam non sarebbe arrivato prima di una settimana e c'era la possibilità che cambiasse idea. Quale uomo adulto avrebbe voluto vivere con un'adolescente socialmente impacciata?
Quel piccolo barlume di speranza che l'estraneo potesse cambiare idea fu sufficiente a calmarmi un po'. Sapevo che era sciocco aggrapparvisi, ma una parte di me non poteva farne a meno. Avevo già abbastanza problemi con la scuola, non mi serviva un ex militare ad aggiungerne altri.
Andrà tutto bene. Probabilmente non si farà vivo, e manca solo un altro anno di scuola. Cosa potrebbe mai succedere di così terribile?
All'epoca non potevo saperlo, ma lo avrei scoperto presto.
