Capitolo due
Il suono della campanella all'interno della scuola annunciò ufficialmente la fine delle vacanze estive e l'inizio di un nuovo anno scolastico. Per alcuni era un momento entusiasmante, un'occasione per ritrovarsi con gli amici e raccontarsi cosa avevano combinato. C'era chi era rimasto uguale e chi invece era cambiato. Si respirava una certa energia, un debole ronzio di eccitazione che emanava da tutti.
Tutti, tranne me.
Stringevo forte le mani attorno agli spallacci dello zaino che mi pendeva dalle spalle, passando in mezzo alla gente come un fantasma. Per quasi tutti ero invisibile. Nessuno mi guardava né mi rivolgeva la parola, a meno che non fosse strettamente necessario. Ormai mi andava bene così, anche se all'inizio mi aveva ferito. Adesso, accoglievo a braccia aperte chi non mi vedeva. Se passavo un'intera giornata senza parlare con nessuno che non fosse un membro del personale scolastico, la consideravo una vittoria.
Misi le mie cose nell'armadietto e mi affrettai verso l'aula, tenendo gli occhi bassi. Avevo un piano studiato nei minimi dettagli che, per lo più, funzionava. Mi assicuravo sempre di arrivare alla prima lezione prima di chiunque altro. Il mio aguzzino (se era nel mio stesso corso) era sempre uno degli ultimi ad arrivare, il che significava che non avrebbe avuto modo di prendermi di mira.
Ben presto, altri studenti si riversarono in classe, uccidendo lentamente il silenzio. Come mi aspettavo, fui completamente ignorata. Tenevo la testa bassa, fissando il libro, fingendo di leggere, fingendo che non mi importasse. Ma mi importava eccome.
Mi sembrava un'eternità che non parlavo con qualcuno che non fosse il mio capo o mio fratello. Non ricordavo l'ultima volta che avevo parlato a quattrocchi con una persona del più e del meno.
Parlavo con gente online, sui forum di videogiochi e cose del genere, ma non era la stessa cosa. Erano sconosciuti, o amici che non avrei mai incontrato davvero.
«...ho sentito dire che non lo fanno ancora rientrare a scuola perché è un sospettato per quell'aggressione di quest'estate.»
«Davvero?! Oh mio Dio, che storia assurda!»
«Eh già. Se lo incriminano, potrebbe finire in prigione.»
Cercai di ignorare le due ragazze che spettegolavano sedute davanti a me, ma mentirei se dicessi che la cosa non mi interessava. Non ero al corrente degli ultimi avvenimenti della scuola, quindi sentire qualche pettegolezzo era stranamente piacevole.
Patetico, lo so.
«Wow... dovrei stupirmi che uno come Noah Winters possa finire in prigione, e invece no. Voglio dire, è uno psicopatico.»
«È un modo di vederla.»
La notizia fu per me una boccata d'aria fresca. Avevo il terrore di rivedere Noah. Sapevo di avere un paio di corsi con lui e, anche in presenza di testimoni, avrebbe trovato il modo di tormentarmi. Mi sentii pervadere dal sollievo, una piccola scintilla di speranza nel petto. Che fosse possibile passare il mio ultimo anno di liceo in pace?
Superai la giornata scolastica in preda a una strana euforia. Quest'anno mi ero preparata al peggio. Noah aveva giurato di rovinarmi e non sapevo nemmeno perché. Non avevo mai fatto nulla per attirare la sua attenzione. Come tutti, gli stavo alla larga, ma per qualche motivo Noah mi aveva messo gli occhi addosso e aveva deciso di rendermi la vita un inferno.
Mentre tornavo a casa, mi ripetevo in silenzio che forse, quest'anno, le cose sarebbero andate diversamente. Il college era ormai alle porte e presto avrei potuto lasciarmi alle spalle l'incubo del liceo. Non sapevo cosa aspettarmi dall'università, ma doveva per forza essere meglio di così.
Tornai a casa, visto che quella sera non lavoravo e volevo godermi una delle rare notti senza compiti. Un lusso che non sarebbe durato a lungo. Sarei stata fortunata se fosse passata una settimana prima di ritrovarmi sommersa.
Tirando fuori le chiavi dalla borsa, sospirai di sollievo quando arrivai alla porta d'ingresso. Un sollievo, però, di breve durata. Nel momento in cui infilai la chiave nella toppa e mi accorsi che il catenaccio non era più chiuso, mi bloccai, con il cuore che mi sprofondava nello stomaco.
Il primo pensiero fu che qualcuno si fosse introdotto in casa. Sapevo di aver chiuso a chiave quella mattina, ma se era così, come aveva fatto ad aprire?
Deglutii per sciogliere il nodo che avevo in gola e feci del mio meglio per aprire la porta il più silenziosamente possibile, pregando che chiunque fosse entrato se ne fosse già andato. Il cervello mi diceva di chiamare la polizia, ma quella mattina avevo lasciato il telefono a casa.
La casa era silenziosa e, sorprendentemente, nulla era fuori posto. Mi aspettavo di trovare tutto a soqquadro, messo a soqquadro da chiunque fosse entrato per cercare oggetti di valore (non che ce ne fossero). Invece, ogni cosa era esattamente come l'avevo lasciata quando ero uscita per andare a scuola.
Forse, dopotutto, mi ero dimenticata di chiudere a chiave.
Sospirando per la mia stessa ansia paranoica, mi sfilai la borsa dalla spalla e mi diressi al piano di sopra per posare le mie cose e mettermi qualcosa di più comodo. A metà delle scale, però, sentii l'acqua scorrere dal bagno. Mi immobilizzai di nuovo, il cuore mi si fermò e il sangue mi si gelò nelle vene.
C'era qualcuno in casa.
La nostra non era una casa grande, ma avevo il mio bagno personale. Dato che ero io a viverci per la maggior parte del tempo, Liam mi aveva lasciato prendere la camera da letto più spaziosa. C'era un secondo bagno, che veniva usato solo quando Liam era a casa. L'ultima volta che c'ero entrata era stato nel fine settimana, per pulire. Non avevo acceso la doccia e a quest'ora mi sarei accorta se l'avessi lasciata aperta per sbaglio.
Prima ancora di avere il tempo di farmi prendere dal panico, e tanto meno di muovermi, sentii la doccia smettere di scorrere e qualcuno muoversi nel piccolo bagno. Un debole lamento di paura mi sfuggì quando ricordai di aver lasciato per sbaglio il telefono in camera quella mattina e che l'unico modo per chiedere aiuto era andare da un vicino. L'unica altra opzione era strisciare fino alla mia stanza, in fondo al corridoio, oltre il bagno, e prendere il telefono.
Sapendo che probabilmente non avevo molto tempo, salii il resto delle scale e cercai di muovermi il più velocemente e silenziosamente possibile verso la mia camera. Il cuore mi martellava dolorosamente contro la cassa toracica e le gambe mi sembravano di gelatina. Perché avessi scelto questa opzione invece di andare da un vicino era un mistero anche per me. Avevo visto abbastanza film horror per adolescenti da sapere come poteva finire, eppure eccomi lì, a spingermi comunque in avanti.
Il tragitto durò al massimo cinque secondi, ma il tempo sembrava essersi fermato di colpo (o forse ero paralizzata dalla paura senza rendermene conto). Continuavo a ripetermi di muovermi mentre lottavo per non fare rumore, sperando di arrivare in camera prima che la porta del bagno si aprisse.
Non ebbi fortuna.
