Capitolo quattro

I giorni seguenti andarono sorprendentemente bene. Dopo l'imbarazzante incontro fuori dal bagno, rividi a malapena Aiden, anche se la sua presenza in casa era più che tangibile.

Sembrava che, da un giorno all'altro, avessero iniziato a comparire tracce dell'amico di Liam. C'erano birre in frigo, un pick-up nero nel vialetto e un accendino vicino alla porta sul retro. Lo sentivo rientrare molto dopo che mi ero ritirata in camera per la notte e magari ci incrociavamo per un istante mentre uscivo per andare a scuola. La mia missione divenne quella di stargli alla larga, arrivando persino a cercare di capire la sua routine per potermi organizzare di conseguenza. Evitarlo era la migliore linea d'azione e, per la maggior parte del tempo, me la cavai egregiamente.

Nei rari momenti in cui mi imbattevo in Aiden, mi ritrovavo a notare sempre più cose di lui. Aveva le dita lunghe ma callose e una spruzzata di lentiggini sulle parti delle spalle non coperte dai tatuaggi. Gli piaceva il metal e spesso lo ascoltava la mattina, mentre si preparava la colazione o stava per uscire.

A parte questo, non sapevo nient'altro di lui. Non sapevo che lavoro facesse, cosa gli piacesse mangiare, se avesse altri amici o persino una ragazza.

Non che fossero affari miei, s'intende.

A scuola andava piuttosto bene. Anche se ero ancora del tutto invisibile, almeno non dovevo più preoccuparmi di Noah Winters.

E così le mie giornate scivolavano via. Andavo a scuola, tornavo a casa, facevo i compiti oppure andavo a lavorare nel piccolo diner a meno di un chilometro da lì, ed evitavo il mio nuovo coinquilino.

Arrivata a venerdì sera, ero riuscita a non vedere Aiden per due giorni.

Come ogni venerdì, avevo il turno di lavoro. Nonostante fosse venerdì, il diner tendeva a essere tranquillo, dato che tutti andavano in città per bere qualcosa o per cena. Era un turno di sole quattro ore, ma di solito c'era così poca gente che potevo fare i compiti o leggere. I miei capi, un'adorabile coppia di mezza età, di solito lavoravano anche loro, ma preferivano la cucina al servizio ai tavoli. La cosa che preferivo del lavorare al diner era il profumo di dolci appena sfornati, a prescindere da cosa si stesse cucinando.

«Ciao, cara, com'è andata la tua prima settimana di rientro?» mi chiese Shirley con un sorriso caloroso che si abbinava al caldo del tardo pomeriggio che mi aveva seguita dentro.

«Tutto bene. I prof ci stanno già seppellendo di compiti» risposi con un sorriso affannato, dirigendomi verso il piccolo spogliatoio per cambiarmi la maglietta con quella dell'uniforme e legarmi i folti capelli castani in uno chignon per non averli davanti al viso.

Come sospettavo, la serata fu tranquilla, con solo pochi clienti. Una volta finito di rabboccare i condimenti e riordinare il bancone, terminai i compiti tra un'ordinazione e l'altra. Alla fine, i clienti si diradarono, lasciando il locale vuoto.

«Qui fuori è tutto tranquillo. Volete che porti fuori i bidoni?» proposi, sporgendomi dal passavivande per guardare Shirley e suo marito, Barry, che pulivano la cucina per prepararla alla mattina seguente.

«Ce n'è un bel po', ragazzina» rispose Barry, togliendosi i guanti di gomma. «Ti do una mano io.»

Barry non aveva mentito quando aveva detto che c'era molta spazzatura, e fui improvvisamente grata che mi stesse dando una mano.

Nonostante fossero quasi le dieci di sera, l'aria era ancora calda e umida. Mi si premeva sulla pelle come melassa e, prima ancora di aver fatto un passo, sentivo già del sudore sul labbro superiore e sul naso.

L'odore putrido e acido dell'immondizia impregnava l'aria del piccolo vicolo, e ci sbrigammo a gettare i sacchi nel grosso cassonetto che ci attendeva. Alla fine, sentivo delle gocce di sudore sulla fronte che mi solleticavano in mezzo alle sopracciglia. Scacciai quella fastidiosa sensazione con il dorso dell'avambraccio.

«Ehi, ragazzina, dove vai così di fretta?» mi chiese Barry mentre mi dirigevo di nuovo verso la porta sul retro del locale.

«Ho pensato fosse meglio tornare, Shirley è da sola» risposi.

Barry ridacchiò e scosse la testa. «Ti preoccupi sempre. Shirley se la caverà. Il locale è vuoto. Prenditi cinque minuti. Raccontami com’è andata la tua prima settimana di scuola. Quel ragazzo ti dà ancora problemi?»

Mi mossi nervosamente da un piede all’altro, mordicchiandomi il labbro inferiore mentre pensavo alla scuola e a come fosse andata la settimana. Era stata probabilmente la migliore da un bel po’ di tempo. Certo, nessuno a parte i professori mi rivolgeva la parola, ma almeno non avevo avuto a che fare con Noah e c’era persino la possibilità che non lo rivedessi mai più. Sentii un piccolo barlume di speranza che il mio ultimo anno di liceo potesse andare bene.

«Non l’ho visto» ammisi, ma senza voglia di entrare nei dettagli. Barry era l’unica persona a sapere cosa mi avesse fatto Noah e l’avevo supplicato di mantenere il segreto. «Quindi a scuola è andato tutto bene.»

«Beh, questa è una buona notizia» disse Barry con un sorriso incoraggiante e un cenno del capo. «Inoltre, tra poco è il tuo compleanno. Quasi diciotto anni! Hai intenzione di festeggiare?»

Sentii le guance avvampare al solo pensiero. Non avevo amici e Liam era all’estero, quindi non avevo nessuno con cui festeggiare.

«Forse» risposi vagamente. «Quella sera lavoro, quindi sarò qui.»

«Il giorno del tuo compleanno?» Barry aggrottò la fronte e scosse la testa. «Puoi prenderti la serata libera.»

«Preferirei davvero lavorare» ribattei. «Potrei usare i soldi per comprarmi qualcosa per il mio compleanno.»

Non l'avrei fatto, ma speravo che bastasse a convincere Barry a lasciarmi lavorare quella sera. Non avevo nessun altro posto dove andare.

Lui emise un lungo sospiro, poi annuì brevemente. «D’accordo, è il tuo compleanno.»

Sorrisi sollevata e lo seguii di nuovo dentro al locale, assicurandomi che la porta fosse chiusa a chiave. Avevo appena finito di lavarmi le mani quando la figura materna di Shirley apparve in cucina, con qualche ciuffo di capelli castani che le sfuggiva dalla coda di cavallo incorniciandole il viso.

«Ellie, tesoro. C’è qualcuno là fuori che chiede di te. Non ha detto il suo nome, ma dice che ti conosce.» Shirley sorrise come se avesse sorpreso due adolescenti nel bel mezzo di un amore giovanile.

Aggrottai la fronte, confusa. Nessuno della scuola chiedeva mai di me. Doveva esserci un errore.

Asciugandomi le mani, uscii in sala, ma la trovai deserta. I tavoli e le sedie erano come li avevo lasciati, ordinati e puliti, con i condimenti nei loro contenitori. La tenue luce color vaniglia del soffitto si rifletteva sulle superfici immacolate, di un rosso e un blu tenui, e alla finestra l'insegna al neon con la scritta “aperto” lampeggiava pigramente nel buio vuoto della sera.

All’inizio nulla sembrava fuori posto, finché il mio sguardo non si posò sul bancone. All'estremità, vicino alla finestra, c'era un piccolo orsacchiotto di peluche bianco; gli occhi e il naso neri spiccavano sul musetto candido e soffice del giocattolo. Sembrava abbastanza innocente, ma non potei fare a meno di sentire lo stomaco chiudersi in una morsa, mentre dita gelide mi stringevano il petto. Mi leccai le labbra, nervosa, e girai intorno al bancone, rimanendo dal lato del servizio come se questo potesse proteggermi da una minaccia invisibile. Mentre mi avvicinavo esitante al giocattolo misterioso, notai un piccolo biglietto bianco appoggiato sul bancone, non più grande di una carta di credito.

Presi il biglietto e lo aprii lentamente. Le sopracciglia mi si aggrottarono fino a farmi quasi male mentre leggevo e rileggevo le parole scritte, incapace di registrarle subito, e intanto sentivo l'angoscia riempirmi lo stomaco.

Ci vedremo presto.

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