Capitolo cinque

Ero seduta in salotto da quando ero tornata a casa. L'orsacchiotto se ne stava davanti a me sul tavolino, con i suoi occhi d'ossidiana e quel suo piccolo sorriso grazioso che mi fissavano in modo inquietante. Non gli avevo tolto gli occhi di dosso, come se mi aspettassi che saltasse su e mi attaccasse da un momento all'altro.

Non sapevo perché avessi portato a casa quel giocattolo. Forse non volevo spiegare a Shirley e Barry perché lo stavo buttando, nel caso mi avessero vista. Avrei potuto gettarlo mentre tornavo a piedi, ma l'accaduto mi aveva lasciato l'amaro in bocca e un'improvvisa paura di restare da sola al buio. Ero stata sollevata quando Barry si era offerto di accompagnarmi, e me ne ero rimasta seduta sul retro del furgone a rimuginare sul biglietto e sull'orso, che nel mio zaino sembrava una bomba a orologeria.

Ci vedremo presto.

Sospirando, alla fine mi sporsi in avanti sul vecchio divano e afferrai il peluche. La sua pelliccia era morbida tra le dita e in qualsiasi altra situazione avrei apprezzato quella sensazione. Andai in cucina, lanciai all'orso un'ultima occhiata turbata prima di lasciarlo cadere nel bidone della spazzatura e mi sforzai di dimenticarmene.

Come si dice, "lontano dagli occhi, lontano dal cuore".

Peccato che non fosse così.

Mi tremavano le mani mentre mi versavo un bicchiere d'acqua e lo tracannavo avidamente per cercare di scacciare la secchezza che sentivo in bocca. Il silenzio della casa si faceva opprimente, mentre il buio incombeva appena fuori dalla finestra sopra il lavello, come se fosse pronto a scatenare qualcosa di malvagio e ad afferrarmi al primo istante.

Il pensiero di essere sola in casa mi fece precipitare il cuore nello stomaco, mentre le dita gelide della paura strisciavano lungo i nervi e mi premevano sui polmoni. E se la persona che aveva lasciato l'orso e il biglietto mi avesse seguita fino a casa? E se sapesse già dove abitavo?

Per una volta, fui sollevata quando sentii avvicinarsi il rombo familiare di un motore. Divenne sempre più forte, finché sottili fasci di luce color vaniglia attraversarono il giardino e il vecchio furgone ammaccato parcheggiò nel vialetto. Non che volessi avere a che fare con Aiden, ma mi sentivo al sicuro sapendo che c'era qualcun altro in casa con me.

Tuttavia, il fatto che sapessi che sarebbe stato in casa non significava che volessi vederlo. Il suo torso nudo dalla pelle dorata e quegli occhi ipnotici avevano tormentato i miei pensieri in più di un'occasione, svolazzando come farfalle nella mia testa e distraendomi da qualsiasi cosa stessi facendo in quel momento.

Finii l'acqua, posai il bicchiere nel lavello e andai a prendere lo zaino dal salotto. Prima che potessi dirigermi verso le scale, però, la porta d'ingresso si aprì e Aiden entrò a passi pesanti.

Mi bloccai come un cervo abbagliato dai fari, senza avere la minima idea di cosa fare, soprattutto quando quegli occhi verde-azzurro si posarono su di me.

Anche nella penombra del corridoio al piano di sopra, Aiden era comunque bellissimo. I suoi lineamenti audaci sembravano ancora più marcati per via delle ombre e la maglietta bianca che indossava fasciava il suo torso muscoloso. Sembrava appena uscito da una rivista di moda. Era intimidatorio.

«Oh, ciao» mormorai inutilmente quando mi resi conto che lo stavo fissando, pregando che il buio nascondesse il rossore che mi stava salendo dalle guance al collo.

«Ehi, Ellie» rispose Aiden, chiudendo la porta con un clic leggero. «Cominciavo a pensare che fossi scappata.»

«Uhm, no. Sono solo stata impegnata con la scuola.» Mi mossi a disagio.

Tra noi calò un silenzio imbarazzante, o almeno io lo percepii così. Un sorriso sembrava ancora aleggiare sulle labbra di Aiden, come se trovasse divertente il mio disagio.

«Ah, a proposito, domani sera vengono un paio di amici» ruppe finalmente il silenzio con la sua voce profonda e vellutata. «Sei la benvenuta, se vuoi unirti a noi.»

Altri sconosciuti in casa? Ma questo tizio voleva farmi morire di imbarazzo?

«Oh, ehm… in realtà domani lavoro» risposi, mordicchiandomi per un attimo il labbro inferiore. «Adesso vado a dormire.»

Ottima mossa, imbranata.

Rabbrividendo dentro di me, mi voltai sui tacchi prima di poter vedere la reazione di Aiden e salii le scale, praticamente fiondandomi in camera mia e sbattendo la porta.

Perché mi comportavo così? Certo, avevo sempre avuto difficoltà a parlare con la gente, ma questo era un altro livello, persino per me. Ogni volta che vedevo Aiden, la mia mente si svuotava e balbettavo qualcosa di stupido, oppure la bocca smetteva proprio di funzionare e rimanevo lì ad annuire come un’idiota.

Mentre mi lasciavo scivolare contro la porta, gemendo per la frustrazione, cercai di reprimere l'imbarazzo prima di costringermi a fare una doccia e a prepararmi per andare a letto.


Il fine settimana passò senza eventi degni di nota. Come aveva detto, sabato Aiden aveva invitato degli amici.

Tornai a casa dal lavoro poco dopo le dieci di sera e li trovai tutti in salotto che ridevano e chiacchieravano. La porta che dava sul retro era aperta e lasciava che l'aria di fine estate entrasse pigramente in casa, danzando con la musica che proveniva dall'account Spotify di qualcuno sulla TV. Mi parve di sentire odore di fumo di sigaretta e di qualcos'altro di più forte, mescolato a sentori di deodorante maschile e aria umida.

Sembravano non essersi accorti di me e io fui ben felice di lasciarli stare senza nemmeno un saluto, stanca com'ero dopo il lavoro e desiderosa solo di starmene per conto mio.

A un certo punto erano usciti. La casa piombò nel buio e nel silenzio e poco dopo mi addormentai.

Non so quante ore dopo sentii il vecchio pick-up di Aiden rombare nel vialetto. Era ancora buio, ma l'aria si era rinfrescata e i grilli continuavano a riempire la notte con il loro canto incessante. Il sonno mi teneva ancora possessivamente tra le sue braccia, ma nel pigro silenzio della mia stanza riuscii a sentire la voce sommessa di Aiden che parlava con qualcuno. Anche da lì, potevo quasi sentire il morbido brontolio del suo baritono scivolarmi lungo la schiena. Seguì la voce di una donna, leggera e ridacchiante, che mi trafisse la mente, la quale si rabbuiò mentre una sensazione familiare si impossessava di me.

Mi riaddormentai prima di poter analizzare a fondo quel momento e me ne dimenticai del tutto fino a lunedì pomeriggio, quando, tornando da scuola, trovai una donna in cucina che indossava una t-shirt oversize di un gruppo musicale, da sotto il cui orlo sbiadito spuntavano delle mutandine rosso acceso.

La prima cosa che notai furono i capelli: folti ricci rosso fuoco le ricadevano spettinati su una spalla. Era alta come una modella, slanciata, con la pelle di porcellana e dei tatuaggi. Stava a piedi nudi davanti al bancone, con le unghie dei piedi smaltate di nero e le dita lunghe strette attorno a una tazza che avevo comprato per il compleanno di Liam qualche anno prima.

All'inizio non si accorse di me, costringendomi a schiarirmi goffamente la gola per attirare la sua attenzione, dato che volevo arrivare al frigo.

«Oh!» La rossa altissima si voltò di scatto verso di me, con i grandi occhi grigi e le labbra carnose socchiuse per la sorpresa. «Ciao!»

La sua voce mi era familiare.

«Ciao» risposi a bassa voce, sentendomi a disagio. «Posso passare per andare al frigo?»

«Certo!» Sorrise e si fece da parte, i suoi piedi minuti che danzavano sulle piastrelle di cotto per lasciarmi spazio.

I miei movimenti non furono neanche lontanamente aggraziati come i suoi mentre mi trascinavo rigidamente verso il frigorifero, cercando di evitare il contatto visivo. Dovevo solo prendere una lattina di una bibita e poi me ne sarei potuta andare.

«Tu sei Ellie, giusto?» disse alle mie spalle, la voce acuta e leggera, con un'inflessione quasi infantile.

Mi voltai a guardarla, un errore, perché nel momento in cui i nostri sguardi si incrociarono e annuii, il suo viso si aprì in un sorriso che le scoprì dei denti bianchissimi, dritti e perfetti. I suoi occhi d'acciaio si illuminarono e solo allora notai i piccoli anellini che portava al sopracciglio sinistro e al setto nasale.

«Io sono Tammy, andavo a scuola con Liam e ho conosciuto Aiden tramite lui».

Liam conosceva questa donna? Mi scervellai, cercando di ricordare qualche amico di Liam, ma poi mi tornò in mente che aveva sempre tenuto la sua vita sociale e quella con me nettamente separate. Mi resi conto solo ora di non aver mai conosciuto nessuno dei suoi amici e che Liam non ne parlava mai. Questa consapevolezza mi lasciò l'amaro in bocca e una stretta al petto simile al tradimento.

«Oh. Piacere di conoscerti» dissi finalmente, quando mi accorsi che stavo fissando come un'ebete l'intrusa dai capelli rossi.

Non mi faceva alcun piacere conoscerla.

«Piacere mio! Liam parlava sempre di te» esclamò Tammy con entusiasmo, con l'energia di una scolaretta euforica. «Vedo la somiglianza».

«Grazie» credo.

Prima che Tammy potesse insistere con la conversazione, Aiden comparve in canottiera bianca e jeans, a piedi nudi e con i capelli appena tagliati. I riccioli dorati e ribelli erano stati modellati e accorciati, lasciando scoperta la nuca. I suoi occhi color oceano mi scrutarono per un istante prima di posarsi su Tammy. Un'ombra di fastidio gli attraversò il viso per un attimo, per poi svanire.

«Tammy, la smetti di prendermi le magliette?» La voce di Aiden era roca e profonda, come se avesse appena fumato.

«L'ho fatto due volte» replicò Tammy alzando gli occhi al cielo, e si mise in punta di piedi per stampargli un bacio sulla mascella pronunciata. «E poi a me stanno meglio».

Una sensazione mi pervase, debole ma sgradita. Mi si attorcigliò lo stomaco e sentii un calore irritante scorrermi nelle vene. Ricordava l'emozione fugace di sabato sera, ma ora era più forte. Deglutii per combattere la secchezza alla gola, mi sistemai lo zaino sulla spalla e finii di prendere da bere.

«Stavo giusto parlando con Ellie. È pazzesco quanto sia cresciuta!».

A quelle parole aggrottai la fronte. Lanciai un'occhiata alla coppia, ignorando lo sguardo intenso di Aiden mentre i miei occhi si spostavano su Tammy. «Ci siamo già viste?».

«Oh no, ma Liam parlava sempre di te e aveva una vostra foto come salvaschermo del telefono» spiegò Tammy, apparentemente ignara del mio sconcerto. «Te lo ricordi, vero Aiden?».

I miei occhi scattarono verso il ragazzo biondo, ma lui non stava guardando me. Fissava Tammy, quasi fulminandola con lo sguardo, come se lei lo avesse offeso. Tammy, però, non se ne accorse.

«Beh, ehm... piacere di averti conosciuta, Tammy» farfugliai, dirigendomi verso la porta. «È meglio che vada a fare i compiti».

«Certo! Sono sicura che ci rivedremo presto» disse Tammy con un altro di quei suoi sorrisi smaglianti, stringendosi al fianco di Aiden.

Aiden non disse nulla, cosa che stranamente mi deluse. Lasciando la coppia in cucina, salii le scale, ma a metà mi voltai a sbirciare e sorpresi gli occhi di Aiden puntati su di me, con un'espressione che non riuscii a decifrare.

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