Capitolo 1 Prologo e 1
PROLOGO
❦ Rosalind ❦
«Chiudi gli occhi.»
La mia voce era ferma, anche se il polso mi tradiva.
Che stavo facendo? Facevo un regalo all’uomo che cercava di rovinarmi?
Lo stesso uomo che avevo intenzione di lasciare per salvare l’onore della mia famiglia?
«Così puoi pugnalarmi al cuore? Non credo proprio» brontolò lui.
«Non sono io quella con tendenze omicide, marito» sussurrai.
Mi chiesi quanta strada sarei riuscita a fare prima che mi raggiungesse. Aveva detto che non perdeva mai di vista i suoi beni.
Quando finalmente chiuse gli occhi, mi presi un momento per fissarlo. Le sopracciglia dritte, le ciglia lunghe, la mascella forte, leggermente coperta dalla barba incolta.
Era un bell’uomo. La sua cicatrice aggiungeva un fascino pericoloso alla sua bellezza. Mio. Cazzo.
Aprii la scatola di camoscio ed estrassi il ciondolo. Era il bossolo di un proiettile da nove millimetri, levigato con metallo brunito che gli dava un aspetto opaco, e con una sottile striscia d’argento lungo il bordo.
Pericoloso. Innegabilmente lui.
Si sporse in avanti, rendendomi più facile allacciarglielo al collo. I nostri respiri si mescolarono mentre chiudevo la catenina.
Non avrei mai dovuto permettermi di avvicinarmi così tanto. Ma non importava quante volte mi fossi ripromessa di tagliarlo fuori, la verità mi teneva legata a lui.
Lo volevo.
I suoi occhi erano ancora chiusi.
Indietreggiai, la guancia sfiorò l’angolo delle sue labbra e lo sentii inspirare con un fremito, il corpo completamente immobile.
«Ecco» annunciai, deglutendo per rendere meno acuta la voce.
Lui aprì gli occhi e afferrò il ciondolo, sollevandolo per osservarlo.
«Un proiettile?» miagolò, la sua bocca pericolosa che si curvava in un sorriso divertito.
Sostenni il suo sguardo, con aria di sfida. «Per il giorno in cui deciderai che creo più problemi di quanti ne valga.»
«Ti rendi conto» disse lui con voce più bassa, roca e profonda, «che questo significa che non me lo toglierò mai.»
Le mie labbra ebbero un fremito. «Bene. Era proprio quello l’intento.»
I nostri sguardi si incatenarono. Il cuore mi martellava nel petto.
Le sue mani, calde e decise, scivolarono sotto i miei fianchi, stringendomi il sedere in una presa quasi punitiva.
«Troppo testarda per il tuo stesso bene.»
Le mie mani si alzarono per intrappolargli il viso, le dita che gli accarezzavano la pelle.
Il desiderio mi ruggì nelle vene, schiantandosi contro il mio centro con un bisogno urgente.
«Mi vorresti in un altro modo?» sussurrai contro le sue labbra.
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CAPITOLO 1 - L’EREDITIERA
QUATTRO SETTIMANE PRIMA
❦ Rosalind ❦
«Le mie condoglianze, Rosa» aveva detto Marcus DeVries, il consigliere di mio padre, premendomi un palmo pesante sulla schiena mentre io, immobile, fissavo il corpo di mio padre.
«È lui» sussurrai, e quelle parole mi rubarono le ultime forze. Mi accasciai in avanti, singhiozzando contro il cappotto di Marcus.
Lui mi strinse a sé, ma per qualche ragione la sua presa mi mise a disagio. Feci un passo indietro, tremando e singhiozzando contro un pugno, la vista che si annebbiava, bruciando.
Il viaggio in macchina verso casa fu soffocante. Marcus non disse una parola per tutto il tragitto, mentre io cercavo di ripescare qualche suo ricordo dalla mia infanzia. Tutto ciò che rammentavo era un uomo cupo, circondato da un’aria scura e opprimente. Ogni uomo in quell’ambiente si portava dietro un’ombra, ma la sua sembrava più tetra.
Fui grata quando accostò davanti a casa di mio padre. Le luci splendevano calde e invitanti, come se aspettassero che il padrone varcasse la soglia. Quella notte, sarei stata io la portatrice di cattive notizie.
Avevo afferrato la maniglia della portiera per andarmene, quando Marcus mi fermò con una presa leggera sulla coscia.
«Se hai bisogno di qualcosa, Rosa, non esitare a chiamare» disse, cercando di darmi conforto con i suoi occhi scuri.
Mi sentii rabbrividire. Lo fissai con uno sguardo vuoto. Doveva avere sui cinquant’anni, forse sessanta. Io ne avevo solo venti, ed ero l’unica figlia del suo capo, ora morto.
Feci un cenno secco con la testa e scesi dall’auto.
Più tardi quella notte, nel bagno della mia infanzia, strinsi forte un paio di forbici.
Il mio papà è morto. La mia mamma era morta quindici anni prima di lui, e lui non si era mai risposato.
Zac.
L’ultima ciocca mi scivolò lungo la spalla, cadendo sul pavimento per unirsi ai pezzi della lettera stracciata di mio padre. Una lettera di scuse, per aver firmato un contratto che mi destinava in sposa a Viktor Marino, il figlio dell’uomo che aveva combattuto per tutta la vita.
La testa mi sembrava più leggera, facendomi rendere conto di quanto fossero stati pesanti i miei capelli lunghi fino alla vita. Anni a portarli mi ci avevano abituata, proprio come gli anni di lutto che mi portavo dentro per la mamma, e ora anche per il papà. Perdere i miei folti capelli corvini mi sembrava uno scambio equo, un modo per fare spazio a questo nuovo dolore.
Dicevano che c’era un’indagine in corso, ma nessuno credeva che avrebbero trovato l’assassino. Un passeggero solitario sul sedile posteriore era riuscito in qualche modo a uccidere due dei più potenti boss mafiosi di New York: Darko Marino e mio padre, George Marlow. Che diavolo ci facevano in quella macchina?
Fissai il mio riflesso. Perdere i capelli aiutava, in un certo senso. Mi sentivo una persona nuova, un cambiamento necessario. Non sarei sopravvissuta nel mondo di mio padre essendo una ragazza timida e riservata.
Sono la sua unica figlia, spedita fuori dallo stato a dieci anni per proteggermi dalla vita che conduceva. La mafia si era presa sua moglie, e lui si era rifiutato di permettere che si prendesse anche sua figlia.
Presi un respiro tremante, ricordando il contratto firmato che avevo trovato nascosto nell'imbottitura della sua poltrona da ufficio.
La rabbia mi divampò nel petto e strinsi le mani sul bordo del lavandino. Perché mandarmi nelle scuole migliori solo per legarmi a un uomo?
«Sarai istruita e indipendente, Topolina» aveva detto, solo per intrappolarmi firmando quel maledetto contratto.
Perché scrivere una lettera quando avrebbe potuto dirmelo di persona? Sapeva che sarebbe morto? O era stato un accordo fatto per disperazione, con un uomo che disprezzava, per salvarmi da qualcosa di peggio?
Le domande mi vorticavano in testa fino a farmi pulsare le tempie.
Quali che fossero le sue ragioni, non avrei sposato un estraneo in nome della “sicurezza”. Appena laureata a vent’anni, i miei piani per una vita normale dovevano aspettare.
Dovevo proteggere l’eredità di mio padre.
Anche se la mafia non voleva una donna al comando, specialmente una cresciuta fuori dallo stato, che viveva di soldi sporchi di cui capiva a malapena l’origine.
Tutto ciò che avevo erano ricordi d’infanzia, riunioni sentite per caso, sprazzi di come mio padre incutesse rispetto e mettesse a tacere chi gli mancava di riguardo con la lieve pressione di un grilletto. Funzionava sempre. Avevo sentito sputare il nome Marino come una maledizione più volte di quante potessi contare, eppure lui mi ci aveva legata.
Finché fossi stata in grado di sparare, bluffare e negoziare, me la sarei cavata.
Ma prima, dovevo sopravvivere a Viktor Marino.
