Capitolo 2
Sono le quattro del mattino quando apro la porta dell’appartamento e trovo due uomini in piedi dentro casa come soldati.
I sensi, intorpiditi dopo la lunga camminata per le strade silenziose di Roma, si ridestano all’istante.
Mia madre è seduta al tavolo della cucina, fragile nella luce fioca, con le mani intrecciate in grembo.
«Ciao, mamma.» Tengo gli occhi fissi sugli uomini, che mi stanno osservando con altrettanto interesse. Davanti a loro ci sono due tazze di caffè, ancora fumanti ma intatte.
«Ciao, Cake. Sono passati a trovarti alcuni amici di tuo padre.» Mia madre sorride e mi fa cenno con la mano di avvicinarmi.
«Amici, eh.» Mi avvicino al tavolo, scrutandoli con diffidenza, già pensando a come metterli fuori combattimento.
Non li ho mai visti, e fanno visite a domicilio alle quattro del cazzo del mattino. Con quelle facce dure e segnate, non sembrano il tipo di compagnia che frequentava mio padre.
«Siamo solo passati per vedere come vanno le cose», dice uno dei due in un italiano pesante, spostando lo sguardo da mia madre a me.
«Gli ho detto che stiamo bene», dice mia madre, continuando a sorridere. «Volevano vederti prima di andare via.»
Alzo le spalle. «Be’, mi hanno visto.»
Non mi preoccupo nemmeno di nascondere l’espressione che dice chiaramente sparite.
Loro annuiscono, e l’uomo parla di nuovo.
«Buona giornata.»
Li guardo andarsene, con una strana sensazione nello stomaco. Quando la porta si chiude e la chiudo a chiave, mi volto verso mia madre e sollevo un sopracciglio, pretendendo una spiegazione.
Lei sospira e agita una mano con noncuranza. «Tuo padre aveva tanti amici. Non puoi conoscerli tutti… Da dove vieni?»
Trattengo un sospiro per il suo cambio di argomento, ma non dico nulla. Mi avvicino al tavolo e lascio cadere la borsa. Lei la guarda e si acciglia.
«Ti avevo detto di non andare a picchiarti.»
«Se ti ascolto, finiamo per morire di fame.» Mantengo la voce leggera, ma non basta a impedirle di offendersi.
Fa un respiro tremante e gli occhi le si riempiono di lacrime.
Ma porca puttana.
«Sto facendo del mio meglio, Cake! Mi dispiace se per te non è abbastanza. Anche se la morte di tuo padre non ci ha lasciato nulla, ti ho mai fatta morire di fame?»
«Scusa.» Le strofino la schiena con movimenti lenti per confortarla. «È stata una cosa stupida da dire.»
«Odio che tu debba farti male per soldi. Non era questo il futuro che io e tuo padre volevamo per te. Perché non ti trovi un vero lavoro? Smettila con questi incontri.»
«Mamma—»
«Eliana è passata ieri sera. Quello studio vi ha richiamate entrambe per un colloquio domani.»
«Un colloquio non significa che avrò il lavoro.»
«Ma promettimi che ci andrai e che farai del tuo meglio.»
Quando mia madre si impunta così, discutere è inutile, quindi annuisco. Il suo viso si illumina all’istante e le lacrime svaniscono.
«Bene.»
Indico la borsa. «Prendi quello che ti serve.»
Anche se non le piace che io combatta, prende i soldi per pagare le nostre bollette. Quello che lascia, lo metto nei miei risparmi per un appartamento migliore.
«Hai vinto tutto questo?» chiede incredula dopo qualche secondo. «Ci sono più di cinquemila dollari qui dentro.»
Cosa?
Mi blocco a metà passo mentre sto andando in camera mia.
Il mio compenso era di duemila, ed è quello che avevo preso.
«Non è possibile.»
Lei apre bene la borsa e rovescia tutto sul tavolo, mentre banconote da cento nitide e nuove cadono fuori in grossi mazzi.
Mi si spalanca la bocca.
Tra i soldi puliti e la mia maschera, capisco subito che mancano le mie altre cose. I guantoni da boxe, i vestiti di ricambio, il mio vibratore e, cosa ben più importante, il mio diario.
«Ma che…»
Ed è allora che mi colpisce come un fulmine del cazzo. Un lampo di occhi scuri e sfuggenti, quella voce fredda e profonda che diceva: fidati di me.
Ci siamo scontrati in quel corridoio buio e devo aver preso la sua borsa per sbaglio.
Merda.
Fisso mia madre, che con le sue mani sottili sta già contando i mazzetti, sorridendo come se il suo compleanno fosse arrivato in anticipo.
«Questo è un bene. È più che sufficiente per il mese, dopo che avrò pagato l’agenzia dei prestiti. Forse ne avanzerà perfino, se stiamo davvero attente, così non dovrai più combattere.» Sembra così sollevata che non riesco a dirle che quei soldi non sono miei.
Insisterebbe perché li restituissi, e quella luce che da un po’ non vedevo più nei suoi occhi svanirebbe.
Scuoto la testa, chiedendomi perché quello sconosciuto si portasse dietro così tanti soldi.
Purtroppo non posso farci niente. Non tornerò mai più là dentro e, con il volto coperto da una maschera, non riuscirei nemmeno a trovarlo.
Probabilmente è meglio così. In fondo, mi hanno sparato a causa sua.
Quando mia madre ha finito di dividere i soldi, che in tutto fanno diecimila, infilo il resto nella borsa e la butto sotto il letto.
Chiunque sia quell’uomo, spero abbia buttato via il mio diario. L’idea che uno sconosciuto lo legga mi fa schifo.
Lo sconosciuto è nella mia stanza quando mi sveglio. E per qualche motivo, non ho paura.
Mi metto seduta lentamente, la nebbia del sonno che si dirada, gli occhi che si fanno vigili quando lo trovo sul mio letto, come se fosse il suo posto.
Una maschera nera gli copre il viso, così vedo solo i suoi occhi scuri.
«I soldi sono sotto il letto» dico, ma lui non reagisce. Solo i suoi occhi si piantano dentro di me con un’intensità che mi fa vibrare la pelle.
Il calore mi scivola giù e si trasforma in una pulsazione indesiderata tra le cosce.
Una pulsazione che mi assale al mattino e finisce sempre con me che tiro fuori il vibratore. E non ha alcun cazzo di diritto di presentarsi mentre sto fissando un intruso.
La cosa giusta sarebbe dirgli di prendersi i soldi e levarsi dai coglioni, ma le parole non superano le labbra. La mia attenzione scatta altrove non appena lui comincia a muoversi.
Piano, si arrampica nel mio letto, le mani guantate che cercano le mie gambe, e il mio cuore accelera.
Schiaffagli via la mano, Cake. Prendigli a calci la gola.
I miei istinti urlano, ma la pulsazione ha preso il comando, riempiendomi di un calore affamato. Così resto ferma, voglio vedere come va a finire e cosa intende farmi.
È una follia, cazzo, ma è passato troppo tempo dall’ultima volta che un uomo mi ha toccata.
E la cosa migliore è che lui può sempre andarsene, e a me va bene non conoscerlo mai né rivederlo.
Forse è questo che mi dà la sicurezza di lasciare che uno sconosciuto mi tocchi nel mio letto. Di sentire il fiato spezzarsi quando le sue mani guantate risalgono la pelle liscia delle mie cosce e affondano nell’elastico dei miei shorts.
Mi sfila gli shorts e li lancia via, l’aria che colpisce la mia fica mentre mi apre le cosce.
Deglutisco a gola secca quando si inginocchia tra di esse, posandomi entrambe le gambe sulle sue spalle larghe e dure.
Sento a malapena il rumore del mio respiro mentre la sua testa comincia ad abbassarsi.
Forse è una pessima idea. Forse sto giocando col fuoco.
Come se potesse sentire i miei pensieri, i suoi occhi si sollevano per un istante e si agganciano ai miei, scuri e inflessibili.
«Fidati di me.»
Quel rombo profondo mi manda un brivido su per la schiena e i fianchi mi tradiscono, inarcandosi appena dal materasso.
Non dice altro; non ce n’è bisogno. Le sue mani, urgenti, sono già un ordine sufficiente e, porca miseria, io obbedisco.
Dov’è finita la combattente, Cake?
Il suo volto scende ancora; un dito sposta la maschera, scoprendogli la bocca. Le sue mani affondano nei miei fianchi, mi tengono ferma e quando il primo tocco della sua lingua mi sfiora è come un colpo di elettricità che mi attraversa.
Gemo, le mani che si chiudono a pugno sulle lenzuola, mentre trascina la lingua verso l’alto con la pressione giusta per farmi arricciare le dita dei piedi.
«Cazzo» dico. «Sei bravo.»
Poi mi ricordo che mia madre dorme nella stanza accanto e mi schiaffo una mano sulla bocca.
Gli schiocchi bagnati della sua bocca contro di me, e i miei gemiti disperati, riempiono la stanza.
Il calore mi cresce nel ventre, si avvolge sempre più stretto a ogni giro della sua lingua e presto perdo la testa.
Il corpo mi trema, le cosce che gli si serrano attorno alla testa mentre mi struscio sul suo viso, inseguendo lo sfogo. «Non fermarti» lo supplico.
Non lo fa.
Mi lecca più forte, più veloce, finché l’orgasmo mi crolla addosso come un’onda di marea, strappandomi un grido dalla gola.
Mentre attraverso i contraccolpi, ansimando per aria, lui si solleva; attraverso la maschera, i suoi occhi brillano di qualcosa di ferino. Le mani vanno ai pantaloni e li slaccia.
Quando si sistema tra le mie gambe, le sue mani guantate mi bloccano i polsi sopra la testa.
Poi mi entra dentro con un’unica spinta brutale.
Mi inarco dal letto con un grido acuto e precipito a terra. Gli occhi mi si spalancano nel buio, il cuore che martella come se avessi appena corso una maratona.
«Porca puttana.»
Sono fradicia di sudore, le lenzuola aggrovigliate attorno alle gambe, le cosce lucide di eccitazione.
Era solo un sogno. Solo un fottutissimo sogno.
Butto fuori un respiro, il rossore che mi risale lungo il collo mentre mi metto seduta.
Un sogno erotico su uno sconosciuto totale?
Mi strofino il viso mentre il sogno svanisce, cercando di scacciare le sensazioni che ancora mi pizzicano tra le gambe, e mi muovo per alzarmi.
Lo sguardo mi cade nello spazio sotto il letto ed è vuoto. La borsa dei soldi è sparita.
