Capitolo 4
NICO
«Ti ha dato della puttana.»
La voce divertita di Enzo è l’ultima cosa che voglio sentire in questo momento. Il suono rimbomba nel corridoio silenzioso dei VIP e mi gratta sull’ultimo nervo scoperto.
Ignoro quell’idiota, infilando la mano in tasca. Ma il liscio formicolio del suo polso nel palmo non vuole svanire.
«Ha carattere, Nico. Questo glielo riconosco,» continua Enzo, raggiungendomi con la sua falcata senza sforzo. «La maggior parte delle ragazze sente “mafia Vescari” e scappa dall’altra parte. Questa invece? Sembrava che volesse staccarti a morsi quella cazzo di testa.»
Mi sistemo i polsini, il volto una maschera gelata d’indifferenza. «È una ladra, Enzo. Nient’altro.»
Ma sto mentendo. A lui e, in parte, a me stesso.
Nella mia mente, le iniziali C.C scarabocchiate sotto ogni voce del suo diario, finalmente, hanno un volto e un nome.
Belva, a giudicare dai suoi combattimenti… comincio a pensare che forse non sia il suo vero nome.
Però è un nome adatto a una donna che mette fuori combattimento l’avversario con un solo pugno e non fa una piega quando viene minacciata.
Eppure non si accorda con il modo in cui scrive. Con quanto siano profonde e belle le sue riflessioni sul mondo.
Sono rimasto sveglio tutta la notte a leggere il suo diario, seguendo con un dito la sua grafia inclinata e lasciandomi prendere dal suo ingegno tagliente e dall’umorismo sarcastico.
Conosco le sue paure. So cosa prova per la morte di suo padre e per la lotta continua di sua madre. So quanto odia il mondo per aver cercato di spezzarla. So quanto brama la violenza.
E so, in fottuti dettagli, come le piace darsi piacere con il suo vibratore.
Le porcherie che le passano per la testa mentre si scopa da sola e il fatto che nessun uomo l’abbia mai toccata.
A un certo punto ho voluto incontrarla, ma quelle iniziali erano comunissime e il suo volto era un’incognita.
Dell’incontro che avevamo avuto ricordavo soltanto i suoi ipnotici occhi di due colori diversi. L’ambra morbida e il blu glaciale che, stamattina, hanno infestato i miei sogni.
Rivederli oggi mi ha quasi mandato il cuore in arresto, come se si fosse materializzata dalla mia immaginazione.
Più bella di quanto mi aspettassi all’inizio.
Una fottuta dea, in carne e ossa.
«Vuoi che me ne occupi io?» dice Enzo, con un tono improvvisamente serio.
Mi fermo di colpo e mi volto verso mio cugino. L’aria tra noi si raffredda all’istante. «No.»
Enzo inarca un sopracciglio scuro, le labbra che fremono. «No? Lasci che una gatta di strada soffi contro il Don e se ne vada?»
«Non se ne andrà,» dico, la voce che scende in un registro basso e pericoloso. «Diventerà mia moglie. Quindi scopri tutto quello che c’è da sapere su di lei.»
Gli occhi di Enzo si spalancano, poi un sorriso lento e confuso gli si allarga sul viso. «Facevi sul serio? Credevo fosse solo una tattica per spaventarla.»
«Io faccio sempre sul serio, Enzo.»
Raggiungiamo l’uscita sul retro del locale, dove la mia berlina blindata è lì, al minimo, sotto il sole del pomeriggio.
«E Bianca?» chiede Enzo, la voce che si fa tagliente mentre sbuchiamo nel parcheggio privato. «E il tuo matrimonio? Non puoi mica scambiare una socialite con una picchiatrice di strada solo perché ha gli occhi belli.»
A quanto pare, posso fare il cazzo che mi pare.
«Ho rotto il fidanzamento ieri notte.»
Enzo si immobilizza, una mano sulla portiera. «Hai fatto cosa?»
Getto uno sguardo allo skyline della città mentre mi apre la porta. «Hai sentito.»
«Nico, hai perso il fottuto senno?» sibila. «Bianca resta pur sempre la nobiltà milanese. La sua stirpe ha valore. Alcuni lo vedranno come un affronto alla tradizione.»
«Che lo vedano.» Mi infilo sul sedile posteriore dell’auto dai vetri oscurati.
Enzo sale dopo di me e sbatte la portiera. Mi fissa a lungo, in cerca di una crepa nella mia determinazione.
Non ne trova.
«È per Tomaso?» domanda Enzo sottovoce. «Lo sai che lei non c’entra niente con quello che ha fatto suo zio.»
«Lo so.»
«Brutta idea, amico.»
Appoggio la testa allo schienale e chiudo gli occhi. «Mio padre è morto, Enzo. Ho ereditato il suo impero, pieno di avvoltoi che aspettano che io fallisca. Le “buone” idee mi sono finite. Mi restano solo quelle efficaci.»
«E sposare Cake, una ragazza che ti ha derubato e prende a pugni la gente per vivere, sarebbe efficace?»
«È un’estranea, fratè. Non ha moventi, non ci guadagna nulla dalla nostra alleanza. È il tipo di caos giusto che mi serve per rimescolare le carte.» Apro gli occhi e lo guardo. «Bianca è deliziosa, ma ha ancora legami con Tomaso. Preferisco non dividere il letto con qualcuno che chiama “zio” l’assassino di mio padre.»
Enzo schiocca la lingua, distogliendo lo sguardo. «È un gioco pericoloso quello che stai facendo, Nico.»
Gli do una pacca sulla spalla. «Smettila di preoccuparti come una nonna. Pensiamo alla riunione.» Mi lascio andare all’indietro. «Sarà divertente.»
La riunione si tiene sempre nel bar privato all’ultimo piano del Grand Hotel de la Minerve. Uno dei tanti alberghi di mio padre.
Quando entriamo, mi investe l’odore stucchevole di sigari e di lealtà a buon mercato.
Gli uomini sono seduti intorno al tavolo, in attesa. Nove colonne portanti della malavita romana. Uomini che hanno servito mio padre e che adesso mi guardano con gli occhi affamati dei lupi.
Bevono pesantemente, avvinghiati alle braccia di ragazze giovani che ridacchiano e si pavoneggiano in cerca d’attenzione, vestite con stracci succinti che non lasciano nulla all’immaginazione.
Provo un lampo di disgusto. Mio padre tollerava queste stronzate; io le trovo una distrazione.
Una ragazza con un vestito che non copre altro che i capezzoli cerca di scivolare verso di me. Non la guardo nemmeno. Mi limito a fare un passo di lato, lo sguardo fisso su un uomo in particolare.
«Ciao, bellezza.» Enzo prende il mio posto, afferra la ragazza per la vita e la conduce via.
Tomaso Greco è seduto con un bicchiere di scotch d’annata in una mano e un sigaro nell’altra.
Sembra esattamente l’uomo tagliato su misura per il ruolo di Don.
Capelli d’argento, impeccabile, e di una calma inquietante. Un uomo che un tempo era il braccio destro di mio padre e il suo migliore amico.
Quando mi vede, si alza, spalanca le braccia e mi viene incontro.
«Nico,» dice, con una voce calda, un baritono mielato. Mi tira a sé in un abbraccio breve e soffocante, proprio come al funerale, un attimo prima che scoprissi che era lui il responsabile della morte di mio padre.
«Ragazzo mio. Come stai reggendo?»
Gli do due pacche sulla schiena e mi stacco.
«Meglio.»
«Siedi, siedi,» incalza, indicando la sedia di fronte alla sua, con Rafaelle dall’altro lato.
Ci scambiamo un breve cenno del capo mentre mi accomodo, e l’incontro comincia.
Per i primi venti minuti è un coro di condoglianze vuote.
Gli uomini parlano dell’eredità di mio padre, con voci impastate di un rispetto che non provano, e colgo più volte l’espressione disgustata di Enzo.
Quando hanno finito con tutta quella pagliacciata, l’atmosfera cambia in fretta.
«Siamo preoccupati, Nico,» dice Thomas, un trafficante d’armi che è sempre stato una spina nel fianco di mio padre.
È rumoroso, sudato e si crede intoccabile.
«Sei giovane. Calcolatore, sì, ma sconsiderato. Questo lavoro richiede una mano vecchia, temprata. Qualcuno con… esperienza, di cui possiamo fidarci.» Guarda in giro per la stanza. «Sappiamo tutti che il candidato perfetto è Tomaso.»
Nessuno obietta.
Guardo Tomaso e lo trovo già intento a fissarmi con un’espressione illeggibile.
Ricordo lo shock sul suo volto quando accettai di farlo Don, salvo poi cambiare idea all’ultimo momento.
Aveva cercato di nascondere l’umiliazione, ma ci avevo visto attraverso. Un’ondata sottile di soddisfazione mi aveva riempito il petto, per come era rimasto lì, nel suo completo migliore, a sembrare un fottuto idiota.
Mi appoggio allo schienale, le mani intrecciate sul tavolo, e mi limito a osservarli. Il mio silenzio dura giusto quanto basta a farli agitare.
«Rispetto la vostra preoccupazione,» dico, la voce che vibra di un comando freddo e assoluto. «E rispetto la storia di Tomaso con questa famiglia. Ma voglio essere chiaro. Io sono l’unico erede di mio padre, quindi questa eredità è mia. Ho assunto il potere e nessun altro lo farà. Se qualcuno di voi la pensa diversamente, la porta è proprio lì. Vi suggerisco di usarla prima che trovi per voi un’uscita più definitiva.»
Vedo diversi uomini agitarsi sulle sedie. Thomas diventa paonazzo, la mascella serrata.
Mi sporgo in avanti, puntando lo sguardo su ciascuno di loro a turno. «Mi aspetto la stessa lealtà che avete dato a mio padre. Non tollererò niente di meno.»
Faccio una pausa, lasciando che il peso e il significato delle mie parole si depositino nel silenzio.
«Le operazioni non rallenteranno,» continuo, «le spedizioni, il denaro, l’espansione nei mercati digitali. Tutto andrà avanti come lo aveva pianificato mio padre. E, visto che stiamo parlando del futuro, ho un annuncio da fare. Da ieri ho rotto il fidanzamento con Bianca Moretti.»
Lo shock percorre il tavolo, accompagnato da espressioni inorridite.
Persino Tomaso ha un sussulto sulla sedia.
Thomas esplode.
«Hai fatto cosa?» ruggisce, sbattendo il pugno sul tavolo. «Quel matrimonio era stato approvato dal cerchio! Non puoi semplicemente scaricare la ragazza dei Moretti.»
«Sposerò un’altra donna,» dico con calma.
«Chi?» pretende Thomas, alzandosi in piedi e puntandomi un dito contro. «Qualche puttana che probabilmente hai trovato in un vicolo non può reggere il confronto con Bianca! Tuo padre si vergognerebbe di te!»
Sospiro. Finalmente, una dimostrazione.
Mi alzo lentamente.
Sento la stanza trattenere il respiro mentre giro intorno al tavolo e mi avvicino a Thomas, che ancora freme e urla.
«Chi credi di essere? Sei Don da appena qualche settimana e stai già facendo errori del cazzo. Questo dimostra solo quanto tu sia impreparato. Un ragazzino che gioca a fare il re!»
Quando lo raggiungo, il mio viso è ancora impassibile, la bocca serrata in una linea sottile.
Prima che Thomas possa continuare, estraggo la Beretta dalla fondina alla cintura in un unico movimento fluido e gli premo la canna contro la fronte.
Le ragazze strillano. Gli altri uomini si immobilizzano.
«Nico—» comincia Tomaso, con voce d’avvertimento.
Bang.
Il suono riecheggia nella stanza, ma il risultato è definitivo. Thomas ricade sulla sedia, un foro netto tra gli occhi, morto prima ancora che la testa colpisca il mogano.
Rimetto la pistola nella fondina e mi sistemo la cravatta, asciugandomi dalla manica gli schizzi di sangue. I miei occhi taglienti scorrono per la stanza, incontrando quelli terrorizzati degli uomini.
«Non tollererò neanche la mancanza di rispetto,» dico, con una voce fredda come il ghiaccio. «Farete bene a informare la sua famiglia della sua morte.»
Appoggio le mani sul bordo del tavolo. «C’è qualcun altro che desidera mettere in discussione le mie decisioni riguardo al mio matrimonio? O alla mia leadership?»
Silenzio di tomba. Persino Tomaso resta immobile, gli occhi socchiusi e indecifrabili.
«Bene,» dico, mentre un’ombra di sorriso mi sfiora le labbra — la prima da quando ho visto Bel nel mio locale. «Ci vediamo tutti al mio matrimonio.»
