Amata

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Amy T · In corso · 403.4k Parole

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Introduzione

Mia sorella annegò quando eravamo bambine. Fu colpa mia, e mio padre si assicurò che non lo dimenticassi mai. Non passa giorno senza che lui mi ricordi che razza di fallimento io sia e quanto mi disprezzi.
Un incidente di qualche anno fa mi ha lasciato delle cicatrici sul volto. Quando gli uomini mi guardano, lo fanno con disgusto. Per liberarsi di me, e non dover più vedere la mia faccia sfregiata, mio padre mi vende alla Bratva, costringendomi a sposare un uomo che non ho mai incontrato.
L’uomo che dovrei sposare non può presentarsi al matrimonio. Al suo posto, si presentano a casa di mio padre gli uomini che un tempo possedevano il mio cuore, sostenendo di essere lì per scortarmi dove mi attende il mio futuro marito.
Dominick, Ivan e Uri – coloro che una volta credevo i miei cavalieri dall’armatura scintillante – sono in realtà i miei peggiori nemici. Vogliono spezzarmi, frantumare ciò che resta di me. Quello che non capiscono è che io vivo in un incubo da quel maledetto giorno, ridotta in pezzi sparsi al vento.
Dopo ore di volo, atterriamo in Siberia, dove finalmente incontro l’uomo che mi ha comprata, colui che dovrebbe essere mio marito: Dimitri.
Lui sembra odiarmi tanto quanto Dominick, Ivan e Uri.
Non ci vuole molto a capire che Dimitri non vuole sposarmi. Vuole prepararmi a una vita intera nella Loggia di Sangue, dove sarò al servizio dei Signori russi.

Capitolo 1

Prima di iniziare a leggere, voglio avvertirti che questo libro sarà molto cupo. Se hai letto i libri precedenti di questa serie, capirai cosa intendo. Questo libro contiene molti elementi potenzialmente scatenanti: abusi (e tanti), tratta di esseri umani, abuso sui minori, abuso sessuale (in scena), body shaming, gaslighting, traumi infantili, non consensualità, consenso ambiguo, droghe, bevande drogate e molti altri.

Ti prego, prendi questi avvertimenti molto sul serio.

Mio padre sbatte il pugno sul tavolo, con la rabbia che gli divampa negli occhi.

Mi permetto solo un’occhiata rapida, prima di riportare l’attenzione sul piatto. Non lo guardo mai dritto in faccia, perché la mia faccia sfigurata lo disgusta. Lo disgusta tutto di me. È sempre stato così, per tutta la mia vita.

Del vino si rovescia sulla tovaglia bianca, e una macchia rossa si allarga lentamente.

Mi irrigidisco dentro, sapendo che per quello mi aspetta l’inferno. Per quanto mi sforzi di fare tutto ciò che mi viene detto, sembra che io riesca sempre a tirar fuori il peggio da lui.

«Mi hai appena detto “no”?» mi chiede mio padre con un tono quasi calmo, ma conosco fin troppo bene la furia che ci sta dietro.

Senza lasciarmi il tempo di rispondere, mi afferra per la parte alta del braccio, le dita che affondano dolorosamente nella carne.

«Vuoi passare un’altra settimana in cantina?» ringhia.

Un’ondata di paura pura mi investe. Odio la cantina: non solo lì dentro fa freddo, ma ci sono anche gli insetti.

Rabbrividisco al pensiero di uno qualunque di loro che mi striscia addosso.

Non reagire.

Avrei dovuto stare zitta. Avrei dovuto dargli ragione. Così non sarebbe stato tanto arrabbiato con me e avremmo potuto goderci una cena tranquilla.

Le sue dita stringono ancora di più. Mi fa male. Mi lascia lividi. Fa male, ma non oso emettere un suono.

Mi porto le mani tremanti in grembo prima di parlare. O di provarci. Sono così sconvolta che comincio a balbettare. «Io… io…»

Faccio un respiro profondo, cercando di concentrarmi su ogni parola.

«I-io, i-io, i-io, i-io», mi scimmiotta mio padre. «Isla non avrebbe mai balbettato come fai tu. Parlava in modo impeccabile. Tutto in lei era impeccabile.»

Isla.

La mia sorella minore.

Quella perfetta. Quella amata. Quella che avrebbe dovuto essere viva.

Lui continua. «Lei non mi avrebbe mai detto “no”.»

No, non l’avrebbe fatto. Isla era quella ubbidiente, mentre io ero quella difficile.

«Dovevi essere tu ad affogare quel giorno, non lei», sputa, prima di mollarmi il braccio e pulirsi le mani con un tovagliolo come se avesse toccato qualcosa di sudicio. «La decisione è già stata presa. Ti sposi tra due giorni.» La parola di mio padre è definitiva.

Non protesto più. Non se non voglio farlo infuriare davvero.

Le lacrime mi bruciano negli occhi, ma le ricaccio indietro. Piangere non farà che peggiorare le cose.

Mi sposerò. Ma non voglio. Non ho voce in capitolo.

Il polso accelera, macchie scure tremolano ai bordi della vista.

Respira.

Dentro e fuori. Dentro e fuori. A poco a poco, il battito torna normale.

Così.

Di fronte a me, la mia matrigna, Narcissa, aggrotta la fronte. «Due giorni non bastano per comprare tutto quello che le serve», protesta.

Mio padre sbuffa. «Lavora. Può usare i suoi soldi per comprarsi quello che le serve.»

Lavoro part-time in un rifugio per animali. Non vengo pagata molto, ma amo quello che faccio. E poi gli animali non mi giudicano per come sono.

Il mio fratellastro, Rayan, si inserisce nella conversazione. «Sta per sposarsi nella Bratva. Il suo nuovo marito ricco le comprerà di sicuro tutto ciò che le serve. Vero, sorellina?»

La sua domanda mi coglie di sorpresa e mi costringe ad alzare lo sguardo dal piatto. È l’unico che non mi impone di distogliere gli occhi, sostenendo che le mie cicatrici gli facciano venire la nausea. Be’, non sempre. Ci sono momenti in cui non sopporta di vedere i segni sul mio viso. È allora che mi obbliga a guardare altrove.

Sento addosso lo sguardo furioso di mio padre. Odia quando qualcuno vede le mie cicatrici. Dice sempre che lo prendono in giro perché ha una figlia sfigurata, con la faccia di un mostro. Per questo, di rado mi lascia uscire di casa.

Tieni gli occhi bassi.

Non dico nulla, mentre lo sguardo torna al cibo. Sapere che sto per sposare un uomo che non ho mai incontrato mi ha fatto passare l’appetito.

Mio padre mi ha venduta alla Bratva. Non so perché mi senta così ferita. Forse perché avevo sperato che mi avrebbe permesso di continuare a vivere qui. Nonostante tutto ciò che ho sopportato in questa casa, è casa mia.

«Non mi serve un abito da sposa» borbotto. Quello che mi serve è un vestito nero, perché sposare un uomo della Bratva non significa niente di buono. Solo una tragedia in attesa di compiersi. «Posso essere scusata?» chiedo.

«Togliti dalla mia vista prima che ti riempia di botte per avermi fatto rovesciare il vino sulla tavola» mi ringhia mio padre. «L’unico motivo per cui non lo faccio è che non voglio lasciarti lividi così vicino al matrimonio.»

Mi alzo di scatto dal tavolo e corro in camera mia. Appena chiudo a chiave la porta, mi infilo nel letto, mi tiro le coperte sopra la testa e stringo il mio orsacchiotto: quello che ho da quando ero piccola. È l’unica cosa che mi faccia sentire al sicuro. Dentro di lui, nascosto lontano da tutti, c’è un piccolo registratore vocale. Ha memorizzate solo tre parole, ma per me significano tutto, perché sono di mia madre. È morta di una malattia rara quando ero piccola. Non la ricordo nemmeno, eppure la amo così tanto e mi manca ogni secondo della giornata.

Dopo la morte di mia madre, mio padre è rimasto solo per anni. Poi ha conosciuto Narcissa.

Avevo quindici anni quando mio padre ha portato a casa Narcissa e suo figlio, che all’epoca aveva diciassette anni. Non è mai stata terribile con me, né gentile. Il più delle volte finge che io non esista. Preferisco così.

Tra due giorni sposerò un uomo che fa parte della Bratva.

Bratva.

Il mio corpo si irrigidisce di colpo e mi scatto a sedere.

Questo significa che andrò in Russia.

Il respiro accelera. Non voglio andare lì. Ovunque, ma non lì. Perché è lì che è morta Isla… e… dove vivono loro.

Voglio restare qui, in questa casa, vivendo come ho vissuto fino ad ora.

È una punizione. Mio padre mi sta mandando là perché io non dimentichi mai quello che ho fatto.

Faccio fatica a respirare. Non arriva abbastanza aria ai polmoni.

Quali sono le probabilità che mio marito viva davvero negli Stati Uniti? È almeno un lord? Non so neppure come si chiami o quanti anni abbia. Mi chiedo se le mie cicatrici lo disgusteranno. Sarà gentile con me?

Troppi pensieri mi si affollano in testa.

Sto cominciando a iperventilare.

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Ma non ci riesco. Ci provo, ma i miei polmoni si rifiutano di collaborare.

Tre cose che puoi vedere.

Mi concentro sugli oggetti nella stanza, cercando di inspirare un po’ d’aria.

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La finestra.

Il letto.

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Il vento che soffia tra le foglie.

L’attacco di panico svanisce. Ricomincio a respirare normalmente.

Sei andata benissimo.

Stringo Arthur — così ho chiamato il mio orsacchiotto — al petto, poi mi distendo di nuovo sul letto. Mi tiro le coperte sopra la testa e premo il registratore nascosto dentro Arthur.

«Ti voglio bene» mi sussurra la voce della mamma.

Le lacrime mi riempiono gli occhi e, questa volta, le lascio cadere.

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