Capitolo 1

Il punto di vista di Ella

«Luna, tu… ti resta solo un anno di vita». La dottoressa si tolse lentamente gli occhiali, fissando il pavimento. «La tua lupa è entrata in uno stato dormiente».

Non potevo credere alle parole della dottoressa Evelyn.

«La mia lupa… è dormiente?» sussurrai. «Ci dev’essere sicuramente un errore…»

«Mi dispiace, Luna, ma abbiamo ricontrollato i risultati degli esami. Questa malattia può essere causata da stress prolungato e…» Fece una pausa, lanciandomi un’occhiata incerta. «…mancanza di intimità con il proprio compagno predestinato, una volta trovato ma non ancora marchiato».

Deglutii a fatica. Stress e mancanza di intimità con il mio compagno…

Sì, quella sembrava proprio la descrizione della mia vita.

«Basandomi sui pochi rari casi che sono riuscita a trovare, dovrei suggerirti di marchiare il tuo compagno predestinato o di rifiutarvi a vicenda. Ma tu sei la mia Luna, e il tuo compagno è il nostro Alpha…» La voce della dottoressa Evelyn suonava esitante.

«Non sono nemmeno stata marchiata», mormorai, cercando di non confondere quella giovane e gentile donna più di quanto non avessi già fatto.

La dottoressa Evelyn mi guardò sorpresa. «Tu e l’Alpha Alexander non siete marchiati? Ma siete sposati».

Mi morsi il labbro, sentendo il viso avvampare per l’imbarazzo. Era vero: ero sposata con il mio compagno predestinato, l’Alpha Alexander Solace del branco di Ashclaw. Eravamo marito e moglie da cinque anni e a quest’ora avremmo dovuto essere marchiati.

Ma non lo eravamo.

Dal momento in cui lo riconobbi come mio compagno predestinato al ballo annuale degli Alpha, fui catturata da lui: la sua mascella affascinante ma ostinata, la massa di capelli rossi, i suoi occhi verde salvia. Era anche un leader eccezionale, intelligente, risoluto e tutto ciò che un Alpha dovrebbe essere.

Tuttavia, il giorno della nostra unione, Alexander mi aveva porto un contratto dicendomi di firmarlo.

«La nostra relazione sarà puramente contrattuale», aveva detto. «Per la mia reputazione di Alpha, non posso rifiutare la mia compagna predestinata. Ma non ti marchierò e non ci sarà alcuna intimità. Fine della storia».

Avevo pensato di prendermi tutta la colpa e rifiutare Alexander dopo aver scoperto che era solo uno stronzo, ma mio padre, l’Alpha Richard Eden del branco di Stormhollow, aveva insistito perché accettassi per ottenere il sostegno di Ashclaw.

Mio padre diceva di essere troppo vecchio per continuare a gestire Stormhollow, e il mio fratellastro minore, Brian, era troppo giovane e ingenuo per cavarsela da solo. Avevamo un disperato bisogno dell'aiuto di Ashclaw.

Dopotutto, Alexander era un Alpha formidabile; aveva preso il controllo di Ashclaw in giovane età dopo la morte prematura dei suoi genitori. Sotto la guida di un adolescente, Ashclaw non si era limitato a sopravvivere: aveva prosperato.

E inoltre, mio padre mi aveva cresciuta per essere la Luna perfetta: la donna gentile e obbediente che sta al fianco di un Alpha. Era il mio destino, e così, quando mio padre mi supplicò di mettere da parte i miei sentimenti e sposare Alexander, obbedii. Come sempre.

Come una brava bambina, lo sposai. Firmai il contratto.

Divenni la sua Luna di titolo e responsabilità, ma a porte chiuse non eravamo niente l’uno per l’altra. Mi trasferii nell’ala ovest della sua villa, dalla parte completamente opposta della casa rispetto ai suoi alloggi.

E l’intimità? Era del tutto fuori discussione. Anche quando all’inizio cercai di guadagnarmi il suo affetto preparandogli i pasti, organizzando appuntamenti, o anche solo provando a incrociarlo per caso in corridoio, lui non ricambiò mai.

Alla fine, mi arresi. Rimasi obbediente, silenziosa e diligente, reprimendo ogni cosa, anche se mi si spezzava il cuore al pensiero che mio marito non mi avrebbe mai amata.

In qualche modo, sentivo che anche se ora avessi parlato ad Alexander della mia condanna a morte, lui non mi avrebbe amata comunque.

«Un anno, Luna», disse dolcemente la dottoressa Evelyn mentre raccoglievo le mie cose. «Se vuoi vivere, devi prendere una decisione: marchiare l’Alpha Alexander o… rifiutarlo».

Lilith, la mia domestica Gamma, mi stava aspettando nell’atrio. Indossava un semplice cardigan grigio e una gonna, con i capelli argentati raccolti nel suo solito chignon ordinato. Si alzò di scatto dalla sedia quando mi vide arrivare.

«Allora? Com’è andata?»

Le presi la mano e la trascinai fuori dall’ospedale, nell’aria fresca di primavera. La brezza mi rinfrescò le guance accaldate e il profumo dei fiori che sbocciavano mi diede un po’ di sollievo. Ho sempre amato la primavera più di ogni altra stagione, e il pensiero di non vederne mai più un’altra era quasi insopportabile.

«Sto morendo» dissi, semplicemente.

Lilith si bloccò di colpo. «Tu… cosa?» Le parole le uscirono soffocate e, quando la guardai, vidi che i suoi occhi color nocciola, segnati dal tempo, si stavano già riempiendo di lacrime.

Quella scena fece venire le lacrime anche a me. Lilith era abbastanza grande da potermi essere madre, ma per me era più come una sorella. Il pensiero di lasciarla era persino peggio di quello di non rivedere mai più la primavera.

Le presi la mano e gliela strinsi.

«Dopotutto, la mia lupa è dormiente» dissi con voce calma e uniforme, come se stessimo parlando del tempo. In parte lo facevo perché temevo che, se qualcun altro mi avesse vista piangere o tremare, avrebbe potuto sparlare, dire che la Luna dal cuore infranto del branco Ashclaw stava finalmente crollando. «Mi resta un anno di vita.»

Lilith tirò su col naso. «Te l’avevo detto di andare dal dottore prima, sciocca ragazza. Saresti dovuta andare molto tempo fa, nel momento esatto in cui hai iniziato a notare che la tua lupa si stava affievolendo. Avrebbero potuto accorgersene, curarti prima che…»

«C’è un modo per risolvere la cosa.» Raddrizzai le spalle e fissai la mia amica con uno sguardo deciso. «Alexander deve marchiarmi o rifiutarmi. Una delle due. Se sceglierà una di queste opzioni, allora vivrò.»

Il sollievo si dipinse sui lineamenti della Gamma, ma durò poco. «Quale pensi che sceglierebbe?» sussurrò, abbastanza piano da farsi sentire solo da me. «Pensi di poter sopportare che ti lasci?»

Odiavo ammetterlo, ma il solo pensiero che il nostro matrimonio potesse finire mi faceva sussultare dolorosamente il cuore nel petto. Non avevamo una relazione, non nel senso che contava, ma… una piccola parte di me voleva che mi marchiasse, non che mi rifiutasse.

Alla fine, riuscii a dire: «Dovremo scoprirlo».

«Quindi lo costringerai a scegliere» affermò lei.

Annuii. Lilith sgranò gli occhi mentre mi voltavo di scatto e mi dirigevo verso la macchina.

Il suo stupore, però, era giustificato. Avevo sempre messo da parte i miei desideri e le mie necessità per essere una Luna competente per il branco e per Alexander, e non era da me, all'improvviso, iniziare a far valere le mie ragioni.

Ma che altro potevo fare? Dovevo salvarmi. Non potevo più essere Ella, la Luna altruista che sopportava un cuore spezzato, la solitudine e la malattia senza un lamento.

Per una volta, dovevo farmi valere.

O quello… o perdere la vita a soli ventidue anni.

Quando tornammo alla villa, non mi sorprese scoprire che Alexander si era rintanato nel suo studio. Faceva sempre così: invece di aggirarsi per le vaste sale dell'antica dimora o godersi le numerose verande e i salotti che la residenza offriva, se ne stava sempre chiuso in quell'ufficio soffocante, sommerso dalle scartoffie.

Mi diressi a grandi passi verso la grande porta a due ante, sentendo la voce profonda di Alexander rimbombare dall'interno. Il suo Beta, Gabriel, era di guardia fuori e mi si parò davanti proprio mentre stavo per afferrare la maniglia.

«Non hai un appuntamento» grugnì Gabriel.

«Devo parlare con mio marito.»

«Beh, allora avresti dovuto fissare un appuntamento prima. L'Alpha al momento non è disponibile, è nel bel mezzo di una riunione. Una a cui non sei invitata.»

L'insubordinazione del Beta mi irritò. Gabriel mi aveva sempre guardata dall'alto in basso, mi aveva sempre mancato di rispetto. E io glielo avevo permesso.

Ma ora basta. Quando ti resta solo un anno di vita, all'improvviso non hai più tempo per mantenere l'immagine di una lupacchiotta docile che si sottomette alla minima provocazione. Soprattutto non con i subordinati.

«Spostati» ordinai.

Gabriel si irrigidì e i suoi occhi castani assunsero quel bagliore dorato e ultraterreno che avevo visto solo quando Alexander usava la sua Voce da Alpha.

Io non avevo mai usato la mia Voce da Luna prima d'ora. Ma dovevo ammettere che… fu una bella sensazione usarla finalmente.

Gabriel serrò la mascella; sapevo che non voleva muoversi. Ma non aveva scelta. I suoi muscoli si mossero contro la sua volontà, il collo si inclinò leggermente come per espormi la gola. Sollevai il mento e attesi, imponendo al mio viso una maschera di calma autoritaria.

Alla fine, si fece da parte. «Come desiderate, Luna.»

Strinsi i denti e spalancai la porta, entrando come una furia.

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