Capitolo 2: Corri

Non può farlo.

A Laura si strinse il cuore. Non poteva credere a ciò che stava sentendo.

Gli ultimi tre anni non potevano essere stati privi di significato per lui. Anche se non avevano contato quanto per lei, dovevano pur aver significato qualcosa!

Sarah fece un passo avanti, inchinandosi profondamente in segno di supplica. «Vostra Altezza, la nostra Luna…»

«Non chiamarla Luna!» ringhiò Basil. «Non merita quel titolo! Prendetela!»

Sarah trasalì e urlò di terrore mentre i soldati di Basil le si avvicinavano e la trascinavano via dalla sfarzosa sala.

«Aspettate!» gridò Laura. «Come potete…»

«Vostra Maestà, vi prego!» implorò Sarah, divincolandosi dalla presa dei soldati.

«Muovetevi!»

«Non potete farmi questo!»

Laura allungò una mano verso di lei, ma un altro gruppo di soldati le sbarrò la strada mentre Sarah, ancora in lotta, spariva nell'ombra. Le sue grida riempirono Laura di dolore.

Dalla sua parte aveva sempre avuto solo Sarah. La maggior parte dei nobili condivideva il disprezzo di Basil per il suo basso rango. I pochi che non la pensavano così erano troppo invischiati nella politica per opporsi agli ordini di Basil. A chi poteva rivolgersi?

Si voltò e vide Gavin Mirabelle, il nonno di Basil e il ministro più potente del regno. L'aveva sempre trattata con disprezzo. Il suo sorriso era trionfante, come se si fosse finalmente liberato di un ostacolo di lunga data.

Laura alzò lo sguardo sui soldati che le bloccavano il passaggio. I loro occhi erano pieni di compassione e disagio.

«Lu…» uno di loro si schiarì la gola. «Signorina, tornate al vostro branco. Le vostre cose verranno imballate e spedite.»

Non le avrebbero dato neanche un cavallo?

E anche se l'avessero fatto, dove sarebbe andata?

Per tre anni era stata la compagna predestinata e la Luna di Basil. Re Adolph non aveva potuto lasciare il fronte e aveva affidato a Basil gli affari del regno, ma lui non aveva ancora incontrato la sua compagna. Lui e i ministri cercavano disperatamente qualcuno che li aiutasse a sostenere quel fardello, e avevano indetto un gran ballo nella speranza di trovare una compagna predestinata adatta.

All'epoca, lei era una beta senza compagno del branco Emerald Twilight, un branco del tutto insignificante all'interno del regno. I suoi genitori si rifiutavano persino di considerarla loro erede e l'avevano mandata al ballo con la speranza di risolvere in un colpo solo il problema della loro sciagurata figlia e del loro basso status.

Ricordava la meraviglia che aveva provato nel vedere il castello e nell'indossare l'abito nuovo che i suoi le avevano comprato. Sorrideva a tutti ed era stata estremamente educata. Aveva parlato con i nobili più brillanti del regno e pensava di essersi dimostrata abbastanza degna da meritare un incontro personale con Basil.

Lui era stato attratto da lei, ma allo stesso tempo sprezzante del suo rango. Non poteva biasimarlo. Lei era una beta qualunque di un branco qualunque, e lui l'erede al trono. Nonostante i suoi difetti, l'aveva scelta, e lei si era innamorata del suo bel viso e dell'idea che lui la ritenesse capace di stargli accanto. Era stata così scioccamente felice di sposarlo e di trovare ai suoi occhi un briciolo di utilità e valore.

Pensava che i suoi genitori volessero il meglio per lei, ma capì presto che volevano solo il meglio per sé stessi. Il suo matrimonio era stato soltanto un mezzo per ottenere più denaro e prestigio. Per un po', aveva cercato di dare loro ciò che volevano, pensando che forse l'avrebbero amata, ma quel poco che poteva fare non era mai abbastanza, e fare di più avrebbe messo a rischio la stabilità del regno.

Messa di fronte alla scelta tra i suoi genitori e il regno, li aveva rispediti al branco Emerald Twilight e non aveva più parlato con loro, dedicandosi anima e corpo ai suoi doveri di Luna e sforzandosi di essere degna del titolo e del suo posto al fianco di Basil.

Poi, aveva scoperto la verità.

Non si era guadagnata l'udienza privata con Basil. Erano stati i suoi genitori a pagarla, corrompendo i ministri perché la spingessero in prima fila.

A Basil non era mai importato chi fosse la sua compagna predestinata. Voleva solo una bella donna al braccio. Non era nemmeno sicura che gli importasse della posizione di Luna, se non per avere qualcuno che gli obbedisse.

Ripensandoci, era tutto così ovvio. Lui era felice solo quando lei cedeva durante le loro discussioni, anche se sapeva di avere ragione.

Dopo aver scoperto la verità, aveva pensato di poter lavorare per attenuarne il dolore, ma questo l'aveva solo spinta a fare di più. Aveva creduto che ci dovesse essere qualcosa che potesse fare per convincere Basil a vederla come una partner degna, nonostante le sue umili origini.

Per tre anni, aveva organizzato banchetti per gli accoppiamenti, costruito ospedali e rifugi per i lupi che avevano perso i compagni in guerra, fondato scuole per gli orfani di guerra e promosso la bonifica dei terreni agricoli intorno alla città imperiale. Aveva fatto così tanto, dato così tanto per cercare di essere all'altezza del titolo che le era stato conferito…

Ma a che scopo?

Presto Delia sarebbe diventata la moglie e la luna di Basil, avrebbe indossato gli abiti di Laura, sarebbe stata al suo fianco… e lui l’avrebbe amata, così, senza sforzo.

E Laura?

Lei non aveva nessun posto dove andare.

Non aveva niente.

Si voltò e fuggì lungo il sentiero di marmo, lontano dai gioielli illuminati dalle candele e dai vestiti vorticanti, lontano da Basil e dagli ultimi tre anni della sua vita. Gli alberi le sfrecciavano accanto, trasformandosi in una macchia indistinta. Più correva, più riusciva a convincersi che il bruciore agli occhi fosse causato dal vento e non dalle lacrime.

A cosa servivano, le sue lacrime? I suoi sforzi, il suo aspetto, la sua devozione… non erano valsi a nulla.

Alla fine, lei non valeva nulla.

Inciampò e ruzzolò nella polvere, sbucciandosi un ginocchio e strappandosi il vestito. Mentre giaceva a terra, la disperazione si trasformò in rabbia e frustrazione.

Per tutto quello che aveva fatto per lui, le doveva più rispetto! Se l’era guadagnato, come minimo!

Non poteva biasimarlo per averla rifiutata in favore della sua vera compagna, ma come aveva potuto farle una cosa del genere? Sbuffò, ripensando a tutto e sentendosi ridicola. Cos’altro avrebbe potuto aspettarsi da lui, dopo anni passati a sfidare la sua autorità nel tentativo di dimostrare qualcosa che non era mai stato destinato a essere?

Non chiamarla luna! Non merita quel titolo!

Soffocò un singhiozzo. Avrebbe dovuto semplicemente restare con il suo branco e accontentarsi della sua vita: miserabile, inutile e del tutto insignificante.

Non sapeva chi detestare di più: Basil, i suoi genitori, o se stessa per aver desiderato l’impossibile.

Si lasciò sfuggire una risata amara. «Che stupida, Laura… Che patetica».

Si mise a sedere e si ritrovò sul bordo di un dirupo che non aveva mai visto prima. Doveva aver superato di corsa il frutteto per poi inoltrarsi nel bosco dietro al castello. Si alzò e scrutò oltre il ciglio, vedendo il fiume impetuoso scorrere più in basso, scintillante sotto la luce della luna piena.

Alzò lo sguardo verso la luna. Quand’era stata l’ultima volta che aveva pregato? Forse era tutto una punizione per la sua scarsa devozione.

«Potresti giudicarmi con equità, o dea?»

Era stata solo una ragazza con il sogno di avere un qualche valore al mondo. Aveva solo voluto essere una luna degna di stare al fianco di Basil.

Il vento soffiava freddo intorno a lei e giù nel canyon, portando con sé i profumi del frutteto e forse l’eco di un vino pregiato che roteava nel calice di un nobile.

Si chiese se fosse stata Delia a scegliere il vino, o se Basil avesse semplicemente voluto il meglio di tutto per annunciare di aver trovato la sua compagna. Le sue idee sarebbero state considerate uno spreco di tempo e di denaro?

Le idee di Delia sarebbero state davvero uno spreco di tempo e di denaro? Scommetteva che Basil non avrebbe mai detto a Delia che il suo unico pregio era l’aspetto fisico.

Rabbrividì nel vento gelido e scacciò quei pensieri. Niente di tutto ciò aveva più importanza, ormai.

Sussurrò al vento: «Perché sono qui?».

Non essere così melodrammatica, Alice, fece le fusa la sua lupa. Sei forte, capace e più intelligente di quegli idioti. Se quello stupido puzzone ha una compagna come Delia, il nostro compagno dev’essere un uomo con la U maiuscola.

Laura ridacchiò, amaramente. Voleva resistere al piccolo germoglio di gioia che sbocciava al pensiero del suo compagno predestinato, ma non ci riusciva. Era ciò che le aveva sempre dato il coraggio di vivere, anche quando era difficile.

Tirò su col naso. «Forse».

Non dovremmo sprecare tempo a piangere per qualcuno che non ci piangerà e che non è nostro. Magari il nostro compagno si trova oltre la Città Imperiale.

Non pensava di poter viaggiare così lontano con un vestito strappato e senza provviste. E anche se le avesse avute, come la mettiamo con i vampiri e tutti i reietti che vagavano fuori dalla sicurezza della Città Imperiale?

Alice ringhiò. Se non riesci a credere in te stessa, allora fidati almeno del tuo compagno. Ti troverà. La dea non ci ha abbandonate. Non siamo lontane dal frutteto. Sua Altezza può fare a meno di qualche giorno di cibo.

Laura sbuffò. «Prima, rifiutata. E adesso, una ladra?».

Com’era caduta in basso. Eppure, Alice aveva ragione. Non c’era più niente per lei nel regno. Forse, al di là dei suoi confini, avrebbe trovato il suo posto.

Si asciugò il viso e raddrizzò le spalle.

MUOVITI!, urlò Alice mentre Laura sentiva qualcuno avvicinarsi alle sue spalle, ma era troppo tardi.

Delle mani fredde la spinsero in avanti prima che potesse voltarsi a guardare. La poca forza che le era rimasta nelle gambe svanì mentre scivolava oltre il bordo e precipitava a capofitto nel terrore, sapendo che nessuno l’avrebbe sentita né si sarebbe preoccupato.

Sentì l’urlo abbandonarla mentre le rocce scoscese del fiume nel canyon le si facevano incontro.

Ci fu dolore, poi buio.

Poi, non fu più niente.

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