Capitolo 2 Inginocchiati e chiedi scusa

Il giorno seguente.

Arrivai al ristorante con mezz'ora di anticipo.

Il locale aveva un'atmosfera elegante e non era affollato.

Due clienti chiacchieravano a un tavolo in diagonale rispetto al mio; le loro voci spiccavano nel silenzio della sala.

«Signorina Clark, è questo il regalo di compleanno che le ha fatto ieri il signor Phillips? Un diamante del genere varrà centinaia di migliaia di dollari.»

Alzai lo sguardo, colta di sorpresa: era proprio Aria Clark.

Sentendo le parole dell'amica Ruby, Aria si coprì la bocca con finta timidezza; il grosso anello le scintillava al dito sotto la luce. «Non saprei. Ha detto solo di volermi dare il meglio, ma in effetti credo sia un po' troppo costoso...»

Seduta a poca distanza, osservavo la scena con freddezza.

L'anello che Henry aveva regalato con tanta disinvoltura ad Aria valeva una fortuna, eppure non si era nemmeno ricordato del mio compleanno.

Davvero ridicolo.

Forse il mio sguardo era troppo insistente, perché Aria si accorse della mia presenza.

Il sorriso le morì negli occhi, ma mantenne un tono dolce: «Ruby, aspettami qui. C'è un'amica laggiù, vado a salutarla.»

Si avvicinò al mio tavolo con passo aggraziato e allungò una mano affusolata. Le unghie laccate di smalto color carne erano lunghe e curate, e il diamante limpido e brillante scintillava sotto i lampadari.

«Signora Phillips, quasi non la riconoscevo,» disse Aria con voce melliflua. «Che coincidenza. Henry dice che qui si mangia benissimo, così ha prenotato un tavolo apposta per me. Arriverà a momenti.»

Non avevo alcuna intenzione di litigare, ma era evidente che cercasse solo di provocarmi.

Aria sollevò la mano con l'anello per scostarsi i lunghi capelli. «Le andrebbe di unirsi a noi più tardi? Lei ed Henry non vi vedete da un bel po'; ieri sera non ha avuto tempo di tornare a casa perché stavamo festeggiando il mio compleanno.»

Aggiunse con finta ritrosia: «È stato solo un gesto di cortesia verso una sottoposta, ma i giornalisti hanno distorto i fatti e pubblicato tutto su internet, parlando di una plateale dichiarazione d'amore. La prego di non prendersela.»

Inarcai un sopracciglio, fissandola.

Era una ragazza appena uscita dall'università: così giovane e ingenua, dal sorriso candido. Esattamente il tipo di Henry.

Sorrisi appena. «Non me la prendo affatto. Dopotutto, io ed Henry siamo legalmente sposati. Negli anni ci sono state fin troppe donne che si sono messe in mostra su internet, lei non conta nulla.»

Il viso di Aria avvampò all'istante. «Cosa vorrebbe dire?»

«Nulla di che.» Feci spallucce con indifferenza. «Signorina Clark, anche se fosse la fidanzata di Henry, resterebbe comunque l'amante.»

Non alzai la voce, ma parlai in modo che le persone ai tavoli vicini potessero sentire.

Aria, umiliata in pubblico, non riuscì a trattenere la rabbia e mi fulminò con lo sguardo. «Amelia! Non c'è da stupirsi che Henry non voglia tornare a casa da te. Sei inguardabile.»

Sorrisi con amarezza: quegli anni di malattia avevano prosciugato tutte le mie energie. Sapevo bene cosa fossi diventata, ma non stava certo a lei dirlo.

Tuttavia, di lì a poco avevo un appuntamento con Brian e non avevo alcuna intenzione di continuare a discutere.

Alzai la mano per chiamare il cameriere, con l'intenzione di cambiare tavolo.

Inaspettatamente, Aria credette che volessi colpirla; indietreggiò spaventata, finendo per scontrarsi con un cameriere che portava un vassoio.

Il tè bollente le si rovesciò sul braccio nudo, e un istante dopo il suo urlo rimbombò per tutto il ristorante.

«Amelia! Ma che ti prende?!» Henry si precipitò verso di noi, aiutando con ansia Aria, dolorante, a rialzarsi da terra. «Non pensavo fossi una donna così perfida.»

Osservai la sua espressione disgustata e, tra me e me, sorrisi con disprezzo.

Aria si era a malapena scottata, eppure lui sembrava disperato.

«Porta del ghiaccio! Che ci fai lì impalato?» urlò Henry all'indirizzo del cameriere, rimasto di sasso.

Assistetti alla farsa che si stava svolgendo davanti ai miei occhi, provando solo una vaga noia.

Aria, che fino a un attimo prima si stringeva a Henry con aria compiaciuta, intercettò il mio sguardo indifferente; si morse il labbro e assunse subito un'espressione affranta.

«Henry, forse è stato quello che ho detto a farla arrabbiare.»

«Le stavo solo spiegando le voci sul fatto che ieri sera hai festeggiato il mio compleanno, non credevo che mi avrebbe aggredita all'improvviso. Per fortuna mi sono scansata in tempo, altrimenti non me la sarei cavata con una semplice scottatura.»

Mentre parlava piangeva, e le lacrime che le rigavano il viso delicato avrebbero intenerito chiunque.

Gli occhi di Henry erano di ghiaccio. A denti stretti, sibilò: «Se hai qualcosa da dirmi, puoi venire nel mio ufficio. Lascia in pace Aria.»

Non potei trattenere una risata. «Henry, credi davvero che sia venuta in questo ristorante per cercare te?»

Lui continuò a sorreggere Aria, ignorando la mia domanda, e mi ordinò: «Chiedi scusa ad Aria. Poi portala in ospedale: non te ne andrai finché non si sarà ripresa.»

Risi, esasperata. «E perché mai? È indietreggiata da sola finendo addosso al cameriere. Dovrebbe essere lei a chiedere scusa, non io!»

Mi lanciò un'occhiata gelida. «È colpa tua. Devi scusarti.»

Poi prese una borsa del ghiaccio dal cameriere e gliela appoggiò con delicatezza sul braccio, in netto contrasto con l'atteggiamento glaciale che aveva appena riservato a me.

Aria mi rivolse un sorriso provocatorio, per poi mormorare con voce melliflua: «Henry, lascia perdere, non mi fa più male. Con tutta questa gente che ci guarda, non mi chiederà mai scusa.»

La voce di Henry si fece dolce, ma velata di scherno: «Non preoccuparti, so io come fare.»

Lasciò che Aria si tenesse da sola il ghiaccio, si alzò in piedi e tirò fuori un assegno dalla tasca, scrivendoci sopra una cifra.

«Non saresti disposta a tutto pur di avere dei soldi? Questi sono dieci milioni: mettiti in ginocchio, chiedi scusa, e saranno tuoi.»

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