Peccato Adottivo

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Lin Daniels · In corso · 177.6k Parole

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Introduzione

Essere stata accettata in una delle università più prestigiose del paese è un sogno che si avvera, soprattutto perché lì c’è già mio fratello adottivo, la nuova stella del football.

È tutto ciò che ho sempre desiderato...

Finché tutti i miei sogni non mi crollano addosso.

Mio “fratello” mi odia.

Non è più lo stesso ragazzo che ha lasciato casa nostra diretto verso la grandezza. Non vuole avere niente a che fare con me e mi tratta peggio della sua peggior nemica.

Finché non lo vedo con una ragazza.

E all’improvviso non mi sembra più mio fratello.

Sembra il bell’atleta da cui tutte le ragazze del campus sbavano.

È sbagliato.

Non dovrei guardarlo in quel modo.

E lui non dovrebbe toccarmi come se fosse pronto a divorarmi.

È mio fratello.

O forse no?

I confini si confondono e la terra sotto i miei piedi trema tra desiderio e peccato.

Segreti sussurrati su pelle febbrile, baci proibiti rubati negli angoli bui.

Ma non basta mai.

Ne voglio di più.

Capitolo 1

C'è eccitazione nell'aria quando scendo dalla macchina, e sorrido mentre inspiro l'aria della mia nuova casa. Almeno per i prossimi quattro anni.

Vorrei mettermi a ballare e urlare dalla gioia perché finalmente sono qui! L'estate è sembrata infinita, mentre lavoravo in una tavola calda per mettere da parte un po' di soldi, facendo ogni turno possibile.

Anche con una borsa di studio, so che tutto costa caro e non voglio gravare ancora di più su mia madre, che mi cresce da sola.

Mi ha già comprato la macchina. È piccola e di seconda mano, ma va che è un sogno.

Il telefono mi squilla in mano e sorrido vedendo il viso della mamma, mentre accetto la videochiamata.

«Sei arrivata sana e salva?» mi chiede subito.

Potrebbe rintracciarmi, quindi sa già che sono al sicuro.

«Sì, mamma, sono appena arrivata al dormitorio.»

«Avrei davvero voluto che mi lasciassi venire con te.» Nei suoi occhi c'è rammarico.

E poi avrebbe dovuto pagarsi anche il biglietto aereo di ritorno, e io non volevo.

«Mamma, sono qui e sto bene, d'accordo? Ti manderò delle foto appena avrò sistemato e decorato il mio lato della stanza.» Alzo gli occhi al cielo con un sorriso. «Ti voglio bene, ciao.»

«Chiama Cole!» urla, prima che io le mandi baci con la mano e chiuda la chiamata, componendo subito il numero di mio fratello per dirgli che sono arrivata.

Il telefono squilla a vuoto, così decido che lo richiamerò più tardi. Probabilmente è impegnato, lo è sempre.

Inoltre, era davvero strano quando è tornato a casa per due settimane durante la pausa estiva. Quasi non parlava né con la mamma né con me, saliva sempre sulla sua moto e restava fuori fino a tardi la notte.

Non era quasi mai a casa, e lo vedevamo a malapena.

Mi registro alla reception e ricevo le chiavi della mia stanza. Il comitato di benvenuto è adorabile e due ragazze mi aiutano a portare la roba su per due rampe di scale.

La stanza del dormitorio non è granché, ma la mamma mi ha fatto una trapunta personalizzata con foto di me, lei e Cole nel corso degli anni, così da portarmi dietro un pezzetto di casa. Ho anche alcune delle sue opere d'arte, e il mio lato della stanza è colorato e carino, nonostante lo spazio ridotto.

Sono impegnata a sistemare i vestiti nei cassetti sotto il letto quando la porta si apre ed entra di corsa una bionda prosperosa che si trascina dietro due valigie.

«Oh! Ciao!» mi affretto a tenerle aperta la porta.

«Grazie! Io sono Chrystal.» Si scosta i capelli dal viso con un soffio e mi sorride. «Tu devi essere Monet, giusto?»

«Proprio io!» sorrido raggiante. «Spero che non ti dispiaccia se ho già scelto da che parte stare.»

Il suo sguardo va al mio letto, già fatto, e alle opere d'arte che ho appuntato al muro.

«Oh no, adesso il mio lato sembrerà spento e noiosissimo.»

«Sono sicura che non sarà così.» Ridacchio.

«E ti prego, scusa mia madre. I miei stanno salendo, lei sa essere un po' invadente.»

Le sue parole non fanno neanche in tempo a posarsi che una donna elegante entra nella stanza, si presenta come la madre di Chrystal e si mette subito a decorare il lato della figlia con tonalità neutre e pastello.

Mi defilo per lasciargli un po' di spazio in quella stanzetta e scendo di sotto per chiamare di nuovo Cole.

«Sì.» La sua voce è roca quando finalmente risponde.

«Be', ciao anche a te. Volevo solo farti sapere che sono arrivata al dormitorio.» Guardo tutti gli studenti intenti al trasloco. «La mamma ha detto che dovevo chiamarti, quindi ti sto chiamando.»

«Sarò lì tra mezz’ora.» Riattacca senza aggiungere altro, lasciandomi a fissare lo schermo con aria confusa.

Che diavolo gli prende? Si è dimenticato le buone maniere al telefono o cosa?

Io e Cole eravamo sempre stati così legati, con lui che aveva solo due anni più di me. Era venuto a vivere con noi quando aveva sei anni, dopo che sua madre era stata uccisa brutalmente.

Purtroppo aveva assistito al suo omicidio, e quel bambino di sei anni ne era rimasto traumatizzato. Mamma fece tutto quello che poteva, lo portò da uno psicologo dopo l’altro, ma lui non parlava con nessuno. Non con lei, e di certo non con i medici.

Però parlava con me.

E solo con me.

Quando nessuno guardava e noi giocavamo, mi raccontava di sua madre. Di quanto fosse bella, di quanto fosse gentile, e di quanto fosse triste che non ci fosse più.

Ero soltanto una bambina, ma fa strano quanto me lo ricordi bene. Quando mi diceva che era triste io lo abbracciavo, e lui si aggrappava a me.

Poi cambiò quando prese in mano un pallone da football: cominciò a parlare e a ridere. Mamma era così felice che si mise a fare lavoretti extra pur di dargli tutto quello che gli serviva per il football.

Cole aveva perso sua madre, e lei aveva perso la sua migliore amica.

Mamma dice sempre che la madre di Cole gliel’ha affidato così, in modo che lei potesse averne sempre una parte con sé.

Mio padre disse che non aveva firmato per occuparsi di un bambino che non era suo, e se ne andò anche lui. Cole si sentì in colpa, ma mamma gli assicurò che non aveva perso niente e che lo avrebbe scelto in un milione di vite.

Già, mia madre è davvero tosta.

Sono ancora seduta su una panchina davanti ai dormitori quando si ferma un camioncino nero, e io balzo in piedi con un sorriso enorme quando il migliore amico di Cole, Luke, salta giù dal lato passeggero e corre verso di me non appena mi vede avvicinarmi.

«Puzzolina!»

Rido per quello stupido soprannome che mi aveva appiccicato da bambini e lo abbraccio forte quando mi solleva e mi fa fare un giro su me stessa.

«Mettila giù.» Una voce profonda arriva dal camioncino, e io sto ancora ridendo quando Luke mi rimette a terra. Mi volto verso Cole, che è lì in piedi con un mazzo di rose bianche in mano.

«Sono per me?» Mi avvicino per abbracciarlo, ma lui ha la mascella contratta e tende le rose in avanti, come per impedirmi di toccarlo. «Che dolce, grazie.»

Lui scrolla le spalle e si infila le mani nelle tasche dei pantaloncini mentre gliele prendo. «Mamma ha detto che dovevo prenderti qualcosa per darti il benvenuto.»

I suoi occhi azzurri mi scorrono addosso, e lui serra ancora di più la mascella quando quel blu vivido si ferma sul mio viso.

«Dov’è la tua moto?» Chiedo guardando il camioncino lucido e nuovo.

«Ho dovuto venderla. L’allenatore ha detto che era troppo pericolosa.»

Il sorriso mi si spegne. «Amavi quella moto.»

«Be’, non possiamo sempre avere quello che vogliamo.» Lo dice in modo brusco, poi apre lo sportello lato guida. «Ci si vede.»

«Ci si vede, Puzzolina!» Luke mi scompiglia i capelli e io gli do un colpetto giocoso sul braccio, prima di guardarli andare via.

Che diavolo sta succedendo a Cole?

È sempre stato uno tipo taciturno, ma non è mai stato così freddo.

Almeno, non con me.

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