1 Buon, felice anniversario
| Penelope |
I miei occhi verde nocciola brillano mentre mi osservo allo specchio. Gli angoli delle mie labbra carnose si piegano in un lieve sorriso, soddisfatta del vestito rosa a fiorellini che mi fascia la vita alla perfezione.
È carino. A Donovan piacerà.
Oggi è un giorno speciale. È il nostro terzo anniversario: tre anni di matrimonio con il mio amato Donovan.
Ci siamo conosciuti quando avevo appena diciassette anni, entrambi alla ricerca di qualcuno a cui aggrapparci in questo mondo spietato. Il nostro amore è divampato rapido e ardente, un incendio che ci ha consumati finché, all'improvviso, non l'ha più fatto. Eppure, lui è il mio punto fermo.
Sono ormai due anni che desideriamo un figlio tutto nostro. Ma mese dopo mese, il mio corpo mi tradisce, sterile e vuoto, proprio come tutto il resto. Donovan mi dice che non importa, che non mi ama di meno per questo. Ma vedo la delusione nei suoi occhi a ogni test negativo.
Stasera è la sera giusta. Deve esserlo.
Ho segnato i giorni sul calendario, quelli del mio ciclo di ovulazione. Oggi sono fertile. O almeno dovrei esserlo.
«Ehi, hai finito lì dentro?!» urla Darnell, il mio adorato manager, da dietro la porta. Le sue nocche battono contro il legno massiccio, la sua voce profonda che rimbomba di nuovo. «Forza, Pen! Devo chiudere!»
«Arrivo!» grido mentre mi affretto a raccogliere i trucchi e l'uniforme dal bancone, ficcandoli nello zaino.
Con un'ultima occhiata, mi metto la borsa in spalla e sguscio fuori dal piccolo bagno del diner. «Scusa, Nell» borbotto spingendo la porta, per poi ritrovarmi nel locale semibuio.
«Scusa un corno…» brontola lui, con una nota scherzosa nella voce. «Vedi di filare, così posso andarmene a casa.»
Ridacchio piano, lanciando un sorriso all'uomo alto, robusto e dalla pelle scura mentre mi dirigo verso l'uscita sul retro. «Buonanotte, Nell!»
Parcheggiata a pochi metri di distanza, in pochi secondi sono già seduta nella mia vecchia auto rossa malandata e sto infilando le chiavi nel quadro. Il motore romba prendendo vita e io faccio una smorfia: il colpo di tosse della marmitta mi ricorda che uno di questi giorni la mia piccola tesorina mi lascerà a piedi.
Ti amerò fino al giorno della tua morte.
…
Ma che non sia fottutamente oggi.
Con entrambe le mani strette al volante, esco dal parcheggio e mi immetto sull'autostrada deserta. Le luci della città sfrecciano indistinte oltre il finestrino, il vento di mezzanotte che avvolge la macchina mentre corro verso casa.
Mi chiamo Penelope Stone e la mia vita non ha niente di straordinario, è solo una sfilza di giorni monotoni che si susseguono l'uno dopo l'altro. Orfana, senza una famiglia di cui parlare, sono sempre stata sola, per quanto riesca a ricordare. Be', a parte gli ultimi tre anni e mezzo, in cui ho avuto Donovan da poter chiamare la mia famiglia.
Ho una vita bellissima, non fraintendetemi. Ma a volte non posso fare a meno di chiedermi se non mi sia precipitata in un matrimonio che sembra lasciarmi solo una profonda insoddisfazione. Siamo usciti insieme solo per sei mesi prima di sposarci, ma all'epoca sembrava tutto così perfetto. Non avrei mai immaginato che sarebbe arrivato il giorno in cui avrei cercato disperatamente un modo per riaccendere quella luce che si era spenta pochi mesi dopo aver pronunciato il nostro sì.
Magari stasera sarà il nostro tentativo fortunato. Magari tra due settimane avrò un test positivo e tutto tornerà come prima.
Mentre accosto nel parcheggio schifoso sulla strada del nostro modesto appartamento, apro il bagagliaio e scendo dall'auto. Con lo zaino in una mano, afferro con l'altra la bottiglia del pinot nero preferito di Donovan, che ho comprato prima di iniziare il mio turno di dieci ore. Con un movimento rapido, chiudo il bagagliaio e mi avvio verso il portone, sognando una serata romantica nella speranza di riaccendere quella vecchia scintilla tra noi.
Faccio un respiro profondo, sentendomi il cuore in gola per l'ansia che quella di stasera sia la serata perfetta, mentre apro la porta.
C'è qualcosa... che non va.
Aggrotto la fronte entrando in soggiorno e chiudendomi la porta alle spalle. I miei occhi scorrono sullo spazio ordinato e, anche se sembra tutto uguale, qualcosa è diverso. Non sono le lampade di ceramica crepate sul tavolino da caffè, né il tappeto macchiato di birra che Donovan aveva giurato di pulire tre mesi fa.
No. C'è qualcosa che non quadra.
Mentre mi addentro nella stanza, a pochi passi dalla porta della camera da letto, il mio sguardo si posa su una camicia appallottolata per terra accanto a un paio di tacchi a spillo che non conosco. E dalla camera provengono inconfondibili suoni di grugniti, ansimi e pelle che schiaffeggia contro altra pelle.
No...
Lacrime calde mi riempiono gli occhi e una rabbia bruciante mi ribolle dentro, mentre la consapevolezza si fa strada.
A casa nostra? Nel nostro letto?
Stringendo la bottiglia che ho in mano, mi precipito verso la porta e la spalanco.
Eccolo lì, l'uomo che aveva giurato di essere mio, nudo e avvinghiato a una bionda che non ho mai visto prima.
«Che diavolo è questo...?» la mia voce trema, piena di dolore, mentre mando in frantumi la loro estasi lussuriosa. Si separano goffamente, e la donna si copre con indolenza usando le mie lenzuola.
«Pen, posso spiegarti...» comincia Donovan, ma lo interrompo.
«Spiegare cosa? Che ti stai scopando una puttana nel nostro letto?» Lacrime di umiliazione mi pungono gli occhi, scendendo prima che possa tentare di ricacciarle indietro.
La donna fa un sorrisetto, tirando fuori una collana dall'aria costosa dal suo mucchio di vestiti. «Forse se tu fossi in grado di dargli un figlio, non avrebbe bisogno di cercarselo altrove.»
Le sue parole mi mozzano il fiato, colpendomi come un pugno allo stomaco. Le mie paure peggiori, le mie più grandi insicurezze, messe a nudo davanti a quello che sembra il mondo intero. Nell'imbarazzo, il mio sguardo si sofferma sul pavimento, spostandosi sulla sua borsa aperta: orecchini, un orologio in una piccola confezione regalo. Tutti doni di mio marito alla sua amante, pegni d'affetto più stravaganti di qualsiasi cosa abbia mai regalato a me.
Non so cosa mi prenda: disperazione, furia, un cocktail nauseante di entrambe. Con le mani che tremano, stappo la bottiglia di vino e la porto alle labbra, sentendo il liquido aspro scendermi in gola mentre inizio a muovermi verso le prove tangibili dell'infedeltà di mio marito.
«Pen,» Donovan allunga una mano verso di me, ma mi scosto bruscamente, abbattendo la bottiglia con forza sulla borsa aperta della bionda, inzuppando seta, pizzo e oro. È un gesto infantile e futile, ma Dio, che bella sensazione.
Ho chiuso. Abbiamo chiuso.
Con i resti frantumati della mia sorpresa di anniversario sparsi sul pavimento, incrocio per l'ultima volta gli occhi castano-dorati di Donovan ed esco furiosa dalla nostra camera da letto, con la vista annebbiata dalle lacrime.
Lo sento chiamarmi, ma lo ignoro, sbattendomi la porta alle spalle e correndo per la strada, senza fermarmi finché i polmoni non mi bruciano e un dolore lancinante non mi trafigge il fianco.
Crollo sulla panchina di una fermata dell'autobus, il respiro che mi esce in ansimi affannosi che si trasformano in singhiozzi strazianti. L'immagine di Donovan e di quella... donna che scopavano sulle nostre lenzuola mi balena nella mente e mi premo i palmi delle mani sugli occhi, cercando disperatamente di scacciarla.
Come ha potuto farmi questo? A noi?
...
Non potevo dargli un figlio...
Avrei dovuto capirlo. Tutte le volte che mi ha mentito spudoratamente, dicendomi che non importava... Invece importava. Importava, cazzo.
Come ho potuto essere così cieca?
Resto seduta sulla panchina per quelle che sembrano ore, insensibile agli sguardi curiosi dei passanti e al freddo della notte, finché le lacrime finalmente non si esauriscono. Una sensazione pesante, plumbea, si posa su di me, i pezzi infranti del mio cuore che tintinnano nella cavità vuota del mio petto.
E adesso cosa dovrei fare?
