2 Cenere nella mia bocca
| Penelope |
Non so per quanto tempo resto seduta su quella panchina alla fermata dell'autobus, con le lacrime che scorrono finché non mi bruciano gli occhi e il cuore non mi sembra strizzato come uno straccio usato. La notte si fa più fredda, ma a malapena me ne accorgo, troppo intorpidita dal dolore lancinante del tradimento di mio marito.
Quando finalmente trovo la forza, mi alzo lentamente, sulle gambe tremanti. So di non poter tornare al nostro appartamento. Non posso affrontare i resti della vita che pensavo di costruire con Donovan. E così cammino. Cammino senza meta, mentre la mente riproduce di continuo quella scena disgustosa.
Sono una tale sfigata…
Non sono sicura di dove sto andando finché non ci arrivo: un bar malfamato ai margini del centro. L'insegna al neon sfarfalla senza convinzione tra le vetrine sudice; un'insegna davanti alla quale sarò passata un milione di volte senza mai fermarmi.
Non è un posto per una donna sposata.
Ma il mio matrimonio è finito. E allora chi se ne frega?
Spingendo la porta, vengo investita da un'ondata di fumo di sigaretta stantio e birra da quattro soldi. È esattamente la bettola che mi aspettavo, con i pavimenti rovinati e gli sgabelli da bar in vinile crepato. Io non c'entro niente qui. Non con il mio vestitino a fiori e il mascara sbavato dalle lacrime.
Al diavolo l'appartenenza.
Mi dirigo a passo svelto verso il bancone, ignorando gli sguardi apertamente curiosi dei pochi avventori. «Whisky, liscio» dico al barista dai capelli scuri, con la voce ruvida come carta vetrata. Lui mi fa scivolare davanti un bicchiere di liquido ambrato senza fare domande e io lo butto giù tutto d'un fiato, godendomi il bruciore.
Altri due e il confine della mia disperazione inizia a sfumare, mentre le membra mi si appesantiscono.
Let it burn, let it burn, gotta let it burnnnn!
Ondeggio seguendo le parole di “Burn” di Usher, cantandola nella mia testa.
Perché sono così imbarazzante?
…
Sono un cazzo di disastro.
Faccio cenno per un altro shottino, ma una voce bassa e roca mi interrompe da dietro. «Questo lo offro io».
Mi volto e vedo un uomo che si sta accomodando sullo sgabello accanto a me. È più grande, sulla trentina, con i capelli scuri, un accenno di barba e due penetranti occhi grigi. Stupendo, in un modo tenebroso e leggermente pericoloso.
«Grazie» borbotto, mentre lui fa un cenno al barista. L'irritazione divampa improvvisamente attraverso la foschia dell'alcol. Non sono in vena di chiacchiere o di goffi tentativi di flirt.
Ma lui non dice altro, si limita a sorseggiare la sua bevanda, una specie di birra d'importazione. Lo sbircio con la coda dell'occhio, cercando di capire che tipo sia. È vestito troppo bene per un posto come questo: camicia nera, pantaloni neri e scarpe Oxford nere.
«Fai una foto, dura di più» dice senza guardarmi. Arrossisco, l'imbarazzo che mi incendia il viso.
«Scusa, è solo che…»
È solo che cosa? Che ho un disperato bisogno di una distrazione per non affogare nell'autocommiserazione e nella rabbia?
«Lasciami indovinare» dice, girandosi completamente verso di me. «Problemi di cuore?»
Butto fuori una risata amara, annuendo lentamente. «Si vede così tanto?»
L'angolo della sua bocca si solleva in un mezzo sorriso che gli dipinge le labbra. «Questo non è esattamente il tipo di bar in cui si viene per un corso di lavoro a maglia».
Giusta osservazione.
Abbasso lo sguardo sulla superficie graffiata del bancone, la voce bassa e tesa. «Mio marito…» Le parole mi si trasformano in cenere in bocca. «L'ho beccato a tradirmi. Nel nostro letto, porca miseria».
Dirlo ad alta voce lo rende di nuovo reale e sbatto le palpebre per ricacciare indietro le lacrime, mandando giù d’un fiato il resto del whiskey. Faccio sbattere il bicchiere sul bancone, lasciandomi sfuggire un sospiro pesante.
C’è un attimo di silenzio prima che lo senta dire: «Cazzo». Percepisco la sincera compassione nel suo tono, la sua voce si è addolcita. «Mi dispiace. Che stronzo».
Quella semplice convalida smuove qualcosa nel mio petto. Allora non sono solo io. Non è un mio fallimento, una mia mancanza, nonostante le parole crudeli di quella stronza.
«Oh, ma c’è di peggio» dico, mentre la rabbia si fa strada attraverso la foschia dell’alcol e della tristezza. «A quanto pare, ha riempito la sua sgualdrinella di regali costosi. Collane, orologi, tutto il pacchetto completo. E sai perché?» Rido di nuovo, ma il suono è quasi un singhiozzo. «Perché dopo due anni di tentativi, non riesco ancora a rimanere incinta».
L’uomo aggrotta la fronte, le sopracciglia che si uniscono. «E pensa che questa sia una scusa per tradire? Che pena».
La mia rabbia svanisce con la stessa rapidità con cui si era accesa, lasciandomi svuotata e priva di forze. «Non è tutta colpa sua, immagino. Insomma, che moglie sarei se non posso dargli un figlio...?»
«Ehi». La sua mano mi si posa sulla schiena, un tocco gentile e rassicurante. Alzo gli occhi annebbiati per incrociare i suoi, corrugando la fronte per il nodo che mi si forma in gola mentre lui dice: «Il fatto che non riesca a tenerselo nei pantaloni non è colpa tua. Il suo dovere di marito era proteggere te e prendersi cura di te, con o senza un figlio».
La sua intensità quasi mi spaventa, il suo sguardo è così fisso nel mio che sono costretta a distoglierlo. «È solo che… mi sento così inutile. Così… vuota».
All’improvviso, mi sposta la mano sotto il mento, costringendomi a sollevare il viso verso il suo. Il pollice mi sfiora il labbro inferiore, provocandomi una scia di brividi lungo la schiena. «Non sei vuota» mormora. «Sei tutt’altro che vuota».
Il respiro mi si mozza in gola e sento un rossore diffondersi sotto la pelle che non ha niente a che vedere con l’alcol. Così vicino, riesco a vedere le pagliuzze più scure nei suoi occhi grigi, a sentire il suo profumo pulito e speziato. Mi sta guardando come se fossi affascinante, desiderabile, e io ci sto annegando dentro dopo essermi sentita così inutile e a pezzi.
«Vuoi andartene da qui?» chiede, con voce bassa e intima.
No. Dovrei dire di no. Dovrei andare a casa. È sbagliato… o no?
Ci penso per un lungo momento, e più ci penso, più voglio uscire da qui con lui. Cos’altro dovrei fare? Tornare a casa? Leccarmi le ferite e affrontare la fredda realtà della mia vita in frantumi? Perché? Perché dovrei farlo, quando quest’uomo, con i suoi occhi magnetici e il suo tocco inebriante, mi sta offrendo una via di fuga?
Questa è un’occasione per sentire qualcosa — qualsiasi cosa — che non sia questo. Anche solo per un po’.
Così sussurro: «Sì».
L’aria della notte mi riporta un po’ di lucidità appena usciamo dal bar, ma non le permetto di prendere il sopravvento, soffocando la voce stridula della ragione. Mano nella mano, mi conduce sul fianco dell’edificio, in un vicolo pieno di spazzatura illuminato solo dalle lontane insegne al neon.
Senza preavviso, mi preme contro il muro di mattoni ruvidi, le sue labbra che catturano le mie in un bacio famelico e disperato. Sussulto e lui ne approfitta per insinuare la lingua nella mia bocca, mentre le mani mi afferrano i fianchi.
Una parte remota del mio cervello mi dice che è sbagliato, che è una cosa da poco, molto lontana da qualsiasi cosa io abbia mai fatto. Ma così come arriva, quel pensiero svanisce, soffocato dalla sensazione bruciante di un puro, lancinante bisogno.
Le sue labbra scendono lungo la gola e io gemo, inarcandomi contro di lui. Non c’è tenerezza nel suo bacio, né dolcezza nel suo tocco, solo cruda lussuria animale. Mi incendia, mi fa sciogliere il sangue nelle vene. La sua mano si infila sotto l’orlo del mio vestito e preme contro il mio sesso coperto dal tessuto, facendomi quasi sussultare.
«Stai gocciolando» ringhia contro la mia pelle, tracciando cerchi decisi che fanno scattare i miei fianchi senza che io possa controllarli. «È tutto per me, tesoro?»
Quelle parole sconce non fanno che accrescere la mia eccitazione. Sto ansimando, le mani strette tra i suoi capelli mentre lui mi solleva il vestito. L'aria fresca colpisce la mia pelle bollente quando mi sposta le mutandine, immergendosi tra le mie pieghe umide e gonfie per far scivolare un dito dentro di me.
«Sei così fottutamente stretta…» La sua voce è piena di stupore e questo mi fa stringere ancora più forte attorno a lui. Un secondo dito si unisce al primo, stirandomi in un modo squisito, e io gemo come la sgualdrina senza vergogna che a quanto pare sono diventata.
I miei fianchi si muovono spudoratamente, cavalcando la sua mano mentre mi succhia dei lividi sul collo; lividi che dovrò nascondere al mondo. Il pensiero mi eccita ancora di più: questo sporco segreto, questa proposta indecente così in contrasto con la mia vita abbottonata.
Persa nella nebbia del piacere, mi coglie di sorpresa quando all'improvviso ritira le dita. Un lamento vibra dal fondo della mia gola, ma prima che possa emettere un altro suono, mi fa voltare di scatto, premendomi contro il muro mentre armeggia con la fibbia della cintura. La sensazione ruvida e irregolare dei mattoni contro la guancia e le mani sembra così insignificante quando sento il rumore di una cerniera echeggiare dietro di me, il fruscio del tessuto seguito subito dopo dalla sua lunghezza dura e calda che si fa strada tra le mie gambe.
Si posiziona al mio ingresso, fermandosi per sussurrarmi all'orecchio: «Dimmi che lo vuoi».
Lo voglio, lo voglio disperatamente, con un'urgenza che non ho mai provato prima. Ma un ultimo brandello di responsabilità mi fa ansimare: «Aspetta, non hai un preservativo?»
Strofina la punta larga del suo cazzo tra le mie pieghe, stuzzicandomi, tentandomi. «Hai detto che non puoi rimanere incinta. Problema risolto».
Il dolore terribile nel mio grembo si acuisce per un istante, prima di essere spazzato via da una pura fame dominante.
Ha ragione. Perché non dovrei prendermi quello che voglio?
…
Fare la brava ragazza non mi ha portato molto lontano.
Mi inarco all'indietro contro di lui, senza vergogna. «Lo voglio» sussurro. «Ti voglio dentro di me, adesso, ti pr—»
Mi penetra con un'unica, rude spinta e vedo le stelle, il mio grido che riecheggia sui muri del vicolo. È enorme, mi sta spaccando in due, arriva così in profondità che giurerei di poterlo assaporare. Fa male, ma nel miglior modo possibile, con una tensione che è quasi al limite.
Non usa gentilezza, non mi dà il tempo di abituarmi. Si ritrae e affonda di nuovo, iniziando un ritmo brutale che mi fa sollevare sulle punte dei piedi. Non c'è spazio per i pensieri, per il dolore o il rimpianto, solo lo scivolare viscido della carne e lo schiocco osceno della mia pelle contro la sua.
Mi mordo il labbro, stringendolo tra i denti nel disperato tentativo di non urlare mentre mi perdo in quella sensazione, puntellando le mani contro il muro e spingendo all'indietro per andare incontro a ogni sua spinta spietata.
«Mmm… sei così piacevole» mi loda. «Così bagnata e stretta. Cazzo!» Ogni parola mi carica di tensione, portando la pressione dentro di me a livelli insopportabili.
La sua mano mi serpeggia lungo il fianco, trovando il mio clitoride dolente. I suoi tocchi leggeri, quasi crudeli, mi strappano un urlo dalla gola mentre vado in pezzi. Gli occhi mi si rovesciano all'indietro, il corpo bloccato da uno spasmo profondo fino alle ossa. In lontananza lo sento gemere, lo sento contrarsi e pulsare dentro di me mentre si riversa in me.
Per un istante, ci accasciamo contro il muro, ansimando pesantemente, con il sudore che si raffredda sulla pelle. Mentre la nebbia del piacere si dissolve, la realtà mi piomba addosso.
Ho appena fatto sesso… con uno sconosciuto… in uno squallido vicolo sul retro…
…
Che diavolo mi prende?
Il senso di colpa mi travolge più rapido e violento di qualsiasi altra cosa, la vergogna mi serpeggia nelle vene come veleno. Lo spingo via da me, tirandomi giù il vestito. Sento il rivolo dei nostri fluidi mischiati sulle cosce, il suo seme che gocciola sulla mia biancheria.
Con un rossore furioso, lo guardo mentre si ricompone, lo sguardo che mi studia con un'espressione indecifrabile. «Non ho capito come ti chiami».
Cosa?
Una risata isterica tenta di farsi strada e uscirmi dalla gola. Abbiamo appena fatto sesso, crudo e animalesco, e non ci siamo nemmeno scambiati i nomi?
Sono una puttana… Una sporca, sporca puttana.
…
Mi odio.
«Sono Penelope» mormoro.
«Penelope» ripete lui, come se volesse imprimerlo nella memoria. «Io sono Malachi. E mi piacerebbe molto rivederti».
Trasalisco, sentendomi ipocritamente offesa.
Cosa pensava che fosse? Che saremmo andati a prenderci un caffè dopo che gli ho permesso di scoparmi fuori da una bettola?
All'improvviso, voglio solo allontanarmi da tutto questo sordido casino.
Faccio un passo indietro verso l'imboccatura del vicolo, la voce quasi roca mentre dico: «Senti, apprezzo quello che tu… Questo è stato fantastico, ma io non… non posso…».
«Ehi, non ti preoccupare». Alza una mano in un gesto conciliante e non sopporto la comprensione nei suoi occhi. «Stai passando un brutto momento. Ma se dovessi cambiare idea…».
Fruga nel cappotto ed estrae un biglietto da visita bianco e immacolato, porgendomelo. Lo prendo con le dita intorpidite.
“Malachi Reed”, stampato in eleganti lettere nere sopra un numero di telefono. Nessun titolo o azienda.
Me lo ficco in tasca, incapace di sostenere il suo sguardo. «Dovrei andare».
«Almeno lascia che ti chiami un Uber» offre lui sinceramente, la voce venata di una preoccupazione che irrita i miei nervi a fior di pelle.
«Sto bene» riesco a dire a denti stretti. Ho solo bisogno di andarmene, di rannicchiarmi in un buco nero e fingere che questa notte non sia mai successa.
Senza un'altra parola, mi volto sui tacchi e cammino. Cammino, allontanandomi dai suoi occhi che mi perforano la schiena, finché non giro l'angolo.
Un istante dopo, la prima grossa goccia di pioggia mi colpisce la guancia e alzo la testa verso il cielo, lasciando che la pioggerellina gelida si mescoli alle lacrime che ora mi rigano il viso.
Cosa ho appena fatto…?
