4 Soddisfazione contorta

| Penelope |

Le gomme della mia Honda scassata stridono in segno di protesta quando inchiodo, infilandomi in un parcheggio davanti all’elegante edificio dalle vetrate lucide. Con le nocche bianche sul volante, fisso l’insegna sopra le porte girevoli: “Prestige Realty - Dove i Sogni Diventano Case”.

Un mucchio di stronzate.

Più che altro, dove le sfasciafamiglie diventano amanti.

Sto rimuginando da quando ho scoperto il tradimento di Donovan, il suo uso delle mie carte di credito per finanziare la sua disgustosa tresca. Ogni chiamata al suo cellulare finisce dritta in segreteria, ogni messaggio viene visualizzato e ignorato. Sa che l'ho scoperto e quel vigliacco senza spina dorsale si sta nascondendo, troppo spaventato per affrontare le conseguenze del suo inganno.

Se non mi darà lui delle risposte, le pretenderò dannatamente dalla sua amante.

Spinta da una rabbia che cova da ventiquattro ore, mi tiro fuori a fatica dalla macchina. Incinta di cinque mesi, il mio baricentro si è spostato e devo appoggiarmi un attimo allo sportello per non perdere l’equilibrio. Ma una volta che lo ritrovo, niente può fermare la mia marcia decisa verso l’edificio, oltre l’atrio raffinato e fino alle porte a vetri con l’incisione: “Jennifer Wright - Immobili di Lusso”.

Mi fermo, con la mano sulla maniglia fredda della porta. La parte razionale del mio cervello mi sussurra che è una pessima idea, che dovrei girare i tacchi e gestire la cosa tramite le vie appropriate. Ma la parte ferita e furiosa di me la sommerge.

Questa donna non ci ha pensato due volte prima di scoparsi mio marito, prima di prosciugare allegramente i nostri conti in banca per continuare a coprirsi di abiti firmati. Vediamo come le piacerà affrontare le conseguenze faccia a faccia.

Spingo la porta prima di potermi ripensare. L’addetta alla reception — una bella ragazza mora — alza lo sguardo, e il suo sorriso di cortesia vacilla mentre osserva il mio aspetto trasandato e la mia espressione tempestosa.

«P-posso aiutarla?» chiede, esitante.

«Sono qui per vedere Jennifer,» sbotto, sforzandomi di mantenere un tono di voce uniforme. «È urgente.»

La receptionist sbatte le palpebre, chiaramente spiazzata dalla mia ostilità a malapena contenuta. «Ha un appuntamento, signorina…?»

«Stone. Penelope Stone.» Il mio cognome da sposata quasi mi soffoca. «E no, non ho un appuntamento. Ma si fidi, vorrà vedermi.»

O forse no, ma peggio per lei. Se necessario, mi accamperò qui tutto il giorno.

«Un momento.» La receptionist prende il telefono, lanciandomi occhiate nervose mentre compone il numero. «Signora Wright? C’è una certa Penelope Stone che vorrebbe vederla. … Dice che è urgente. … No, non ha un… … Sì. … Sì, capisco.»

Riattacca, con un’aria leggermente scossa. «La signora Wright la riceve subito. Ultima porta a sinistra.»

Le rivolgo un sorriso tirato e attraverso il corridoio a grandi passi, con la rabbia che mi spinge come una locomotiva a vapore. Non mi disturbo a bussare, spalancando la porta con una tale forza da farla rimbalzare contro il muro.

Eccola lì. La donna che ha contribuito a distruggere la mia vita, appollaiata dietro una scrivania di vetro nel suo abito firmato e con i tacchi dalla suola rossa. Inarca un sopracciglio perfettamente depilato, alzando a malapena lo sguardo dal contratto che sta esaminando.

«Beh, ma guarda se non è la moglie,» dice con freddezza, la voce grondante di disprezzo. «A cosa devo questo… dispiacere?»

Stronza.

Il suo tono sprezzante mi fa digrignare i denti. Avanzo a grandi passi verso la sua scrivania, sbattendo i palmi sulla superficie lucida. «Non fare la finta tonta con me, lurida traditrice. Sai esattamente perché sono qui.»

Lei si appoggia allo schienale della sedia, un sorrisetto che le aleggia sulle labbra dipinte di rosso. «Fammi indovinare. Hai finalmente scoperto il nostro piccolo accordo? Ci hai messo un bel po’, tesoro.»

La sua condiscendenza, la sua totale mancanza di rimorso, sono benzina sul fuoco della mia furia. «Puttana senz’anima,» sibilo, le unghie che mi si conficcano nei palmi. «Scoparti mio marito non era abbastanza, dovevi anche prosciugarmi? Comprare le tue cianfrusaglie di merda a spese mie, costringermi a finanziare la distruzione del mio stesso matrimonio? Che razza di perversa—»

«Oh, scendi dal tuo cazzo di piedistallo,» mi interrompe, esaminando la sua manicure impeccabile. «Non fare finta di non sapere come stavano le cose. Donovan si annoiava con te da anni, non è certo colpa mia se ha dovuto cercare soddisfazione altrove.»

Le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo, mandando in frantumi l’ultimo briciolo del mio autocontrollo. «Brutta stronza!» ringhio. «Pensi che non ci abbia provato? Che non mi sia fatta in quattro per essere tutto ciò che lui voleva? Ma a quanto pare bastano un po’ di silicone e acqua ossigenata per fargli girare la testa. Dimmi, gli interessi ancora adesso che deve pagarsi da solo i tuoi capricci?»

Qualcosa nelle mie parole deve aver toccato un nervo scoperto, perché i suoi occhi si stringono sui miei. Ma prima che possa ribattere, la porta dell’ufficio si spalanca e Donovan entra a grandi passi, assolutamente furibondo.

«Che diavolo sta succedendo qui?» sbotta, lo sguardo che saetta da Jennifer a me. «Penelope, hai perso la testa? Non puoi piombare qui e…»

«Oh, risparmiati l’indignazione, Donovan» lo fulmino, voltandomi di scatto verso di lui. «Pensavi davvero di farla franca? Usare i miei soldi per finanziare la tua squallida scappatella?» Faccio un gesto verso Jennifer, il labbro che mi si arriccia per il disgusto. «Abbi almeno le palle di pagartela da solo, la tua puttana».

Il suo viso si incupisce, la mascella contratta. «Modera i termini. Non so cosa credi di sapere, ma…»

«Ma niente!» urlo, ormai in preda a mesi di dolore e tradimento che mi esplodono dentro come un fiume tossico. «Ho gli estratti conto, Donovan! La prova di ogni singolo centesimo sporco che mi hai rubato, che hai rubato alla nostra vita insieme. Tutto per poter viziare la tua amante, per farla sentire la principessa che non hai mai avuto a casa!»

Con la coda dell’occhio, vedo Jennifer alzarsi dalla scrivania e avvicinarsi a Donovan. Vederli lì, in piedi, così ben messi, mi fa venire la nausea. Certo, è stata lei a tirarlo via dal suo lavoro da operaio e a trovargli un posto qui. Con quel completo blu navy di lusso, abbinato al suo vestito attillato, ora sono la coppia di potere del settore immobiliare. E io… io sono ancora solo una cameriera, che adesso fa anche un secondo lavoro part-time in un fast food solo per arrivare a fine mese.

Dove ho sbagliato?

Jennifer fa un sorrisetto compiaciuto, si affianca a Donovan e gli posa una mano possessiva sul braccio. «Andiamo, tesoro. Credo sia ora di liberarti di questo peso morto». Il suo sguardo mi squadra da capo a piedi, il labbro arricciato. «Tanto, non ti dava comunque quello di cui avevi bisogno».

«Hai ragione». Le parole mi escono con una calma glaciale, che contrasta con la rabbia che mi ribolle nelle vene. «Non potevo dargli ciò che desiderava di più». Mi poso una mano sul leggero rigonfiamento del ventre, fissandoli entrambi con uno sguardo letale. «Ma non preoccuparti, Doni. Non è tuo. A quanto pare, non ero io il problema, dopotutto».

Donovan sbianca, gli occhi sbarrati che saettano dal mio viso al mio inconfondibile pancione. L’espressione compiaciuta di Jennifer vacilla, mentre lo shock e l’incredulità si fanno strada nei suoi occhi pesantemente truccati.

«Sei… sei incinta?» gracida Donovan, il pomo d’Adamo che gli va su e giù. «Ma noi… avevi detto che non potevi…»

«Sorpresa». La mia voce è puro acido. «A quanto pare, la mia fabbrica di bambini rotta non era poi così rotta». Lascio che il mio sguardo scivoli con intenzione su Jennifer, notando la sua figura esile e il seno aggressivamente prosperoso. «Ma ehi, forse avrai più fortuna con Barbie, qui. Anche se, a giudicare da quei due palloni gonfiati, non ci spererei troppo».

Jennifer emette un verso indignato e fa un passo avanti con un’espressione assassina. Ma Donovan allunga un braccio per fermarla, continuando a fissarmi con il viso terreo per lo shock.

«Penelope» dice lentamente, come se fossi un animale rabbioso da non spaventare. «Se questo bambino è mio…»

«Non lo è» lo interrompo freddamente. «E anche se lo fosse, hai messo ampiamente in chiaro che non vuoi avere niente a che fare con la mia vita. Quindi non angustiarti, tesoro. Non ti chiederò gli alimenti». Sposto il mio sguardo furioso su Jennifer. «Anche se fossi in te, farei fare il test di paternità per ogni sorpresina che dovesse sfornare. Ho la sensazione che la fedeltà non sia neanche il suo forte».

Con quest’ultima stoccata, mi volto sui tacchi ed esco a grandi passi, lasciandomi alle spalle le loro espressioni identiche di shock e indignazione. Quando raggiungo la macchina tremo ancora, con l’adrenalina che mi scorre nelle vene mentre l’impatto di ciò che è appena successo mi travolge come un’onda vertiginosa.

Mi sento vendicata, trionfante di fronte alla loro punizione. Ma all’improvviso, tutto ciò che provo è un vuoto abissale, una voragine dove prima c’era il mio cuore. Il tradimento di Donovan, il suo totale disprezzo per la vita che avevamo costruito… fa più male di quanto avrei mai creduto possibile. Il fatto che sia stato così pronto a credere che il bambino non fosse suo, a lavarsene le mani di entrambi… dice tutto sul suo carattere, tutto quello che prima mi rifiutavo di vedere.

Come ho potuto essere così cieca?

Immagino di aver visto solo quello che volevo vedere.

Credo che ormai non abbia più importanza. Niente ha importanza, tranne la creatura che cresce dentro di me, la piccola vita che dipende solo e unicamente da me. Sarò tutto per lei, tutto ciò che io non ho mai avuto. E lo farò senza Donovan, senza nessuno.

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