6 Di sangue e respiro
| Penelope |
Quegli occhi ultraterreni catturano i miei, inchiodandomi sul posto con il loro bagliore spettrale. È come guardare nel cuore di una fiamma, ipnotico e terrificante allo stesso tempo. Non riesco a muovermi, a respirare, prigioniera del fascino di quest'uomo impossibile e del potere che emana da lui a ondate gelide.
Fa un passo verso di me e io trasalisco d'istinto, portandomi una mano al ventre in un futile gesto di protezione. Lui si accovaccia, portando quegli occhi luminosi al mio livello e, un istante dopo, con la stessa rapidità con cui si erano accesi, si spengono.
I suoi occhi grigi scrutano i miei, color nocciola, mentre la sua voce bassa e roca chiede: «Riesci ad alzarti?».
Annuisco in silenzio, non fidandomi della mia voce. Con le gambe che mi tremano, appoggio una mano al muro, lottando per rimettermi in piedi. È come se il mondo si fosse inclinato e io barcollo. Lo vedo già succedere: sto per spiaccicarmi con la faccia sul lurido asfalto.
Ma non succede.
In un attimo, lui è lì. Mi afferra il gomito, stabilizzandomi con una forza che non denota alcuno sforzo. Al suo tocco, inspiro di colpo, sentendo il calore della sua mano bruciare attraverso il tessuto sottile della mia manica. Così vicino, percepisco il suo odore: qualcosa di selvaggio e terreno, come una foresta dopo la pioggia.
«Piano». La sua voce mi rimbomba dentro, facendo rabbrividire qualcosa nel profondo del mio cervello. «Ti tengo io».
Ti credo. Non so perché, ma ti credo.
Deglutendo a fatica, alzo lo sguardo su di lui, cercando di dare un senso all'essere impossibile che mi sta di fronte. «Chi… cosa sei?» insisto, guardandolo.
Le sue labbra si piegano in un mezzo sorriso, appena un accenno, e per un secondo giurerei di aver visto il lampo di una zanna. «Nessuno di cui tu debba avere paura, coniglietta. A meno che tu non me ne dia motivo».
Quel nomignolo, quella minima traccia di minaccia, dovrebbero terrorizzarmi. Invece, un brivido mi percorre, qualcosa di pericolosamente simile all'attesa.
Ho sbattuto la testa? Perché devo aver perso completamente la ragione.
Lui si raddrizza, mantenendo una presa leggera sul mio braccio. «Vieni. Dobbiamo toglierci dalla strada».
Cosa?
Una fitta di paura scaccia via lo strano calore che mi si era acceso nel ventre. «No. Non vengo da nessuna parte con te». Cerco di divincolarmi, ma la sua presa non cede. Il panico mi sale in gola e grido: «Lasciami andare!».
«Penelope».
Il suono del mio nome pronunciato dalle sue labbra mi blocca all'istante e lo fisso a bocca aperta.
Come fa a sapere chi sono...?
La sua mano libera si alza, scostandomi una ciocca di capelli dal viso con una dolcezza sorprendente. «Non ti farò del male. Voglio aiutarti».
«Perché?» domando a malincuore. Scruto il suo volto, cercando di trovare la menzogna, di scovare l'inganno nei suoi occhi. «Non ti conosco nemmeno».
Qualcosa balena nel suo sguardo, un lampo troppo rapido per essere decifrato. «Ma io conosco te» dice. «Sono… consapevole della tua esistenza da un po' di tempo». Il suo sguardo scende sul mio ventre gonfio e un muscolo della sua mascella si contrae. «Di entrambi».
Mi gira la testa; le implicazioni delle sue parole mi fanno quasi svenire.
Sa del mio bambino? Che cosa significa?!
Mentre sono qui, non posso fare a meno di chiedermi se mi abbia perseguitata, osservandomi dalle ombre mentre io ero beatamente ignara. Se così fosse, stava solo aspettando l'occasione perfetta per colpire? Cosa vuole?
Lui vede le domande che mi turbinano negli occhi e scuote appena la testa. «Non qui. Solo… fidati di me, okay? Lascia che ti porti in un posto sicuro. Poi ti spiegherò tutto».
Per quanto sia riluttante, vorrei quasi farlo. La sincerità nella sua voce, la ferma sicurezza nel suo sguardo, richiamano qualcosa dentro di me, qualcosa di primordiale e istintivo. Quest'uomo, questa… creatura, ogni fibra del mio essere mi sta dicendo di fidarmi di lui, di seguirlo ovunque mi porti.
È una follia. È un estraneo, un enigma disumano appena emerso dalle ombre. Certo, mi ha salvato la vita, ma questo non cambia il fatto che ho appena visto, visto davvero, i suoi occhi brillare.
È così che le tipe muoiono nei film dell'orrore.
Ma che scelta ho? Sono stata aggredita e ora mi manca un lavoro per poter pagare la bolletta della luce la prossima settimana. Sono vulnerabile e incapace di proteggere e prendermi cura di me stessa e del mio bambino non ancora nato. E se quest'uomo… avesse voluto farmi del male, probabilmente lo avrebbe già fatto.
Infine, al di là della paura e dell'ansia, voglio delle risposte. Ho bisogno di sapere chi è, cosa è, e cosa sa del mio bambino. Anche se la verità dovesse terrorizzarmi fino al midollo.
Pur sentendomi come se fossi in bilico su un precipizio, annuisco lentamente, sussurrando: «Okay».
Sul suo viso balena un’espressione di sollievo, che appare e scompare in un battito di ciglia. Senza dire una parola, si volta e si incammina a grandi passi verso l'imboccatura del vicolo, aspettandosi evidentemente che lo segua. E come un agnellino smarrito, lo faccio. Mi affretto dietro di lui, superando i miei aggressori ancora stesi a terra, quasi correndo per tenere il passo delle sue lunghe gambe.
Un’auto nero opaco è ferma al minimo contro il marciapiede e lui si sporge oltre di me per aprire la portiera del passeggero. Guardo con diffidenza l’interno buio e chiedo a bassa voce: «Dove stiamo andando?».
«In un posto dove possiamo parlare» risponde. È chiaro che percepisce la mia esitazione, perché un attimo dopo il suo sguardo si addolcisce. «Ti do la mia parola, Penelope: nessun male verrà fatto né a te né al tuo bambino. Non da me, né da nessun altro.»
Quella promessa solenne, pronunciata con intensità, placa qualcosa dentro di me, mettendo a tacere il frastuono della paura e del dubbio. Prima di potermi ripensare, scivolo sul sedile di pelle morbida come burro, portando d’istinto le mani sul rigonfiamento del ventre.
Lui chiude la portiera e pochi istanti dopo è al posto di guida; la potente auto prende vita sotto di noi con un rombo sommesso.
Questa macchina deve essere costata una fortuna, perché… wow.
Tengo lo sguardo fisso sul finestrino mentre ci allontaniamo dal marciapiede, osservando le luci della città sfrecciare via in una scia di neon e ombre. Man mano che la città lascia il posto a una campagna lussureggiante, saliamo sempre più in alto sulle colline, e un pensiero si cristallizza nella mia mente con una chiarezza lancinante: non si torna indietro. La mia vita, la mia realtà, non sarà mai più la stessa.
Sento l'auto rallentare e sbatto le palpebre, scuotendomi dallo stordimento introspettivo in cui ero caduta. Il mio sguardo vaga, posandosi su un enorme cancello in ferro battuto incastonato in un alto muro di pietra che sembra estendersi all'infinito in entrambe le direzioni. Al di là, intravedo giardini curati e alberi maestosi, un viale di ciottoli che serpeggia verso una struttura che può essere descritta solo come una villa padronale.
Resto a bocca aperta mentre osservo la tenuta tentacolare, tutta linee eleganti e fascino del Vecchio Mondo. Dalle finestre si riversano calde luci dorate, che accarezzano le pareti in pietra e fanno sembrare l'intero posto uscito da una favola.
«Che posto è questo?» domando, incapace di nascondere lo stupore che mi incrina la voce.
«Casa» risponde, quasi divertito, mentre inserisce un codice nel pannello elettronico. Il cancello si apre senza un rumore. «Almeno per ora.»
Il viale si snoda attraverso i giardini, la ghiaia che scricchiola sotto le gomme mentre ci fermiamo davanti al grandioso ingresso principale. Sto ancora fissando a bocca aperta, cercando di capacitarmi dell'opulenza che mi circonda, quando la mia portiera si apre all'improvviso.
È lì, in piedi, con una mano tesa e una scintilla consapevole negli occhi. «Andiamo?»
Sentendomi come se fossi inciampata in una realtà alternativa, gli prendo la mano, lasciando che mi aiuti a scendere dall'auto. L'enorme portone di legno si spalanca al suo avvicinarsi e lui mi guida in un atrio che sembra uscito da un palazzo del diciottesimo secolo: pavimenti in marmo, scalinate imponenti e lampadari scintillanti.
«Da questa parte.» La sua mano si posa sulla parte bassa della mia schiena, guidandomi lungo un corridoio fiancheggiato da opere d'arte dall'aspetto inestimabile. Sono così impegnata a guardarmi intorno, cercando di assimilare tutto, che a malapena mi accorgo quando ci fermiamo e la porta si chiude alle nostre spalle con un leggero scatto.
Mi ritrovo in uno studio degno di un romanzo vittoriano, tutto legno scuro, pelle e scaffali infiniti di libri. Un fuoco crepita nel camino, proiettando ombre danzanti sulle pareti. Dovrebbe sembrare imponente, intimidatorio, ma invece c'è un'atmosfera accogliente, una sensazione di calore e benvenuto nell'aria.
Mi indica una morbida poltrona davanti al fuoco, esortandomi: «Prego, siediti. Devi essere esausta».
Non ha torto.
Dopo la giornata che ho passato, l'adrenalina che svanisce mi lascia tremante e con le ginocchia deboli. Con gratitudine, sprofondo nella poltrona, e un piccolo sospiro mi sfugge dalle labbra mentre i cuscini mi avvolgono.
Lui si siede sulla poltrona di fronte a me, la luce del fuoco che gioca sui lineamenti scolpiti del suo viso. Per un lungo momento, ci fissiamo e basta, con il crepitio delle fiamme come unico suono nella stanza altrimenti silenziosa.
Alla fine, non ce la faccio più. «Chi sei?» sussurro, intrecciando nervosamente le dita in grembo. «Cosa vuoi da me?»
Si china in avanti, con i gomiti sulle ginocchia, e proprio in quel momento i suoi occhi ricominciano a brillare, luminosi e blu. «Chi sono non ha importanza» dice, e le sue parole mi risuonano fin nel midollo. «Ciò che importa è che tu, Penelope, porti in grembo il mio discendente.»
Il mondo sembra inclinarsi sul proprio asse, il pavimento che sparisce da sotto i miei piedi. Lo fisso a bocca aperta, convinta di aver capito male. «Il tuo… il tuo discendente?»
