La sua ossessione ardente

La sua ossessione ardente

Daisy Springs · Completato · 206.8k Parole

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Introduzione

«È stato un errore! Ho già chiesto scusa» dissi, indietreggiando terrorizzata.

«Dovresti conoscermi meglio di così, passerotto» ridacchiò lui con voce profonda, senza staccarmi gli occhi di dosso.

«Lucas, ti prego!» gridai, ormai bloccata contro il muro, con il cuore che batteva a malapena.

«Non preoccuparti, è solo un piccolo gioco che faremo io e te. Ti piacerà, passerotto» disse con un sorrisetto compiaciuto.

Sapevo che era un inganno. Lucas aveva mentito dicendo che non mi avrebbe fatto del male e io, stupidamente, c'ero cascata.

Adesso ero sola con lui, nella sua stanza.

Credo sia arrivato il momento di annunciare il mio funerale...

«Spogliati!» La sua voce gelida mi riscosse dai miei pensieri. Mi fissava con un'espressione impassibile, mentre io lo guardavo in preda a uno shock totale.


Camilla Evans è la classica nerd un po' timida all'ultimo anno della Watermark Highschool. In quanto tale, rispecchia in pieno lo stereotipo: occhiali dalla montatura spessa, vestiti fuori moda e scarpe che, l'ottanta percento delle volte, sembrano il doppio della sua misura.

Trovandosi all'ultimo gradino della catena alimentare della Watermark Highschool, Camilla era una preda facile, e il suo tormento più grande rispondeva al nome di Lucas Liam.

Camilla non aveva idea del perché il ragazzo più popolare della scuola si degnasse anche solo di guardarla, per non parlare del fatto che passasse intere giornate a tormentarla e prenderla in giro senza sosta.

Che dietro a quegli atti di bullismo e a quelle prese in giro da parte di Lucas si nascondesse qualcos'altro?

Scopri cosa succederà quando la cheerleader, Jenny Layton, metterà in pericolo la vita di Camilla.

Riuscirà a sopportare tutti i tormenti che sta subendo, specialmente dopo la morte della madre e l'abbandono da parte della sorella?

Capitolo 1

«Camilla!!!» gridò mia madre dal piano di sotto.

«Arrivo, mamma!» risposi, scendendo di corsa le scale con la mano stretta sulla cartella.

«Farai tardi a scuola, Camilla» disse mia madre, sorridendomi appena mentre mi serviva uova strapazzate e pane tostato.

«Mamma, è così strana» disse Lillian, alzando gli occhi al cielo.

«Pazienza» mormorai, sistemandomi i grandi occhiali da vista prima di sedermi a tavola.

«Mamma, devi fare una ramanzina a tua figlia su come si veste» disse Lillian, lanciandomi un’occhiata compiaciuta.

«Lasciala in pace!» disse la mamma con un sospiro, guardandomi.

«Che c'è che non va nel mio abbigliamento?» chiesi.

Indossavo una lunga gonna nera a pieghe con una camicia bianca a pois neri. L'avevo infilata dentro. Lo so, ero un disastro in fatto di vestiti e moda, ma non capivo perché dovesse essere un problema per gli altri.

Ero una secchiona, come mi chiamavano tutti a scuola, perché esistevamo solo io e i miei libri.

Ho detto che ero famosa?

Sì, ma perché ero una preda per i bulli. Quasi tutti si assicuravano di prendersela con me e di tormentarmi la vita.

Persi tutta l'autostima che avevo.

Ora che le vacanze estive erano finite, ero terrorizzata anche solo al pensiero di rimettere piede in quella scuola.

E il peggiore di tutti era lui…

«Camilla, perché hai smesso di mangiare?» chiese mia madre preoccupata, riportandomi alla realtà.

«N-No, niente» balbettai, prendendo subito un boccone.

La mamma mi fissò per un istante prima di tornare al lavello.

Avevamo perso nostro padre per una malattia ai reni e da allora le cose erano state molto difficili per noi; eravamo a un passo dalla povertà.

La mamma aveva cercato di mandare avanti la baracca lavorando in un negozio di alimentari, dove a volte andavo ad aiutarla dopo la scuola.

La nostra situazione sarebbe peggiorata se papà non avesse comprato un cottage prima di morire.

Lillian aveva finito il liceo due anni prima e lavorava come cameriera in uno dei grandi ristoranti della città.

Anche lei contribuiva al bilancio familiare con quel poco che aveva. La invidiavo così tanto per il suo modo di fare elegante e il suo senso della moda.

Nonostante avessimo poco, io ero molto felice e mi accontentavo.

Sapevo che molto presto la nostra storia sarebbe cambiata, se solo avessi avuto la possibilità di andare all'università.

Lillian aveva perso interesse per il college e aveva continuato a lavorare, ma io ero determinata ad andare all'università dopo il liceo.

Peeeeeeemmmmm!!!!

«Camilla! Muoviti a uscire da lì!» gridò Beatrice da fuori, facendomi quasi strozzare mentre mi alzavo di scatto.

«È arrivata la tua amica matta» ridacchiò la mamma, asciugandosi le mani con un tovagliolo.

«A dopo, mamma!» dissi, uscendo di casa di corsa.

«Ehi, tesoro!» mi salutò Beatrice raggiante.

«Ciao!» risposi timidamente, stringendo le mani sulla borsa. Girai intorno alla macchina, aprii la portiera e salii.

«Faremo tardi a scuola» disse Beatrice, applicandosi altro lucidalabbra e unendo le labbra per stenderlo.

Alzai gli occhi al cielo. Beatrice era una di quelle che avrei definito "uno schianto". Mi chiedevo come una come lei potesse essere finita a frequentare me.

Era ricca e anche famosa a scuola; se c'era, mi difendeva sempre da chiunque provasse a prendermi in giro.

Era l'unica amica che avevo e quella che mi capiva di più.

Peccato non fossimo nella stessa classe, perciò spesso dovevo cavarmela da sola.

«Faremo tardi, se non metti via quei trucchi» dissi.

«Ancora una cosa» rispose lei, mentre si applicava l'eyeliner.

Alzai gli occhi al cielo, scuotendo la testa, e tirai fuori il mio iPhone 5 per controllare l'ora.

Il mio telefono era obsoleto, ma ci tenevo comunque: era stato l'ultimo regalo che mio padre mi aveva fatto per il mio diciassettesimo compleanno prima di morire, e lo custodivo con grande affetto.

«Ecco, ho finito!» esclamò lei, guardandosi allo specchio.

«Come sto?» mi chiese, voltandosi verso di me.

«Perfetta!» risposi con un sorriso.

«Grazie! Dovresti truccarti un po' anche tu» disse con un gran sorriso, porgendomi i suoi trucchi.

«N-no, grazie, sto bene così» balbettai nervosamente.

«Che noia!» commentò, facendomi la linguaccia prima di accendere la sua auto sportiva blu e sfrecciare via.

Non mi ero mai truccata in vita mia e l'unica volta che mia sorella mi aveva costretta, sembravo uno zombie. Anche se lei diceva che parevo un angelo, non erano passati nemmeno cinque minuti che mi ero già lavata via tutto.

Ah, sì! Credetemi quando dico che Beatrice era una tipa ricca sfondata.

«Scuola, arriviamo!» urlò lei, piena di energia, facendomi ridere.

Era bellissima, con i capelli mossi dal vento.

«Tieni, scattami una foto» disse, passandomi il suo iPhone.

Alzai gli occhi al cielo, sbloccai il telefono, aprii la fotocamera e le feci un paio di scatti.

Rabbrividii non appena entrammo nel complesso scolastico.

Beatrice trovò un posto nel parcheggio e spense il motore.

Avrei tanto voluto che Beatrice fosse in classe con me; era la mia unica salvezza a scuola.

«Piccola, lo so che sei tesa, ma andrà tutto bene. Cerca solo di stare alla larga dai guai, il più possibile» mi rassicurò, stringendomi leggermente la mano.

«Ok, grazie tesoro» risposi con gli occhi lucidi. Non potei fare a meno di stringerla in un abbraccio.

Lei mi ricambiò, poi ci staccammo e prendemmo le nostre borse.

Scesi dall'auto e sentii tutti gli occhi puntati addosso.

Sentii delle risate e sguardi che, se avessero potuto, mi avrebbero uccisa.

«Oh mio Dio, guarda come si veste» mi prese in giro una delle ragazze.

«Che schifo» aggiunse un'altra, squadrandomi con disgusto.

«Andiamo» disse Beatrice alle mie spalle, fulminando le ragazze con lo sguardo mentre mi attirava a sé.

Camminai a testa bassa, avvolta nella mia lunga gonna a pieghe.

Io e Beatrice ci dirigemmo verso il mio armadietto.

«Devo andare in classe ora, ci vediamo durante la pausa» sorrise, abbracciandomi un'ultima volta prima di avviarsi verso la sua aula.

Indossava una minigonna da tennis rossa e un blazer bianco.

Sospirai, mi voltai verso il mio armadietto e lo aprii. Tirai fuori alcuni libri che avevo lasciato lì e stavo per richiuderlo, quando un tonfo sordo rimbombò nel corridoio.

«Da quanto tempo, passerotto.»

Per il terrore, mi sentii quasi fare la pipì addosso.

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