La moglie muta del donnaiolo

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faithogbonna999 · Completato · 329.1k Parole

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Introduzione

«Non c’è nulla di male nello spezzarle le gambe pur di trattenerla. O nell’incatenarla al letto. Lei è mia.»

Lei cercava la libertà. Lui le ha dato un’ossessione, avvolta nella tenerezza.

Genesis Caldwell credeva che fuggire dalla sua casa violenta significasse la salvezza, ma il matrimonio combinato con il miliardario Kieran Blackwood potrebbe rivelarsi un altro tipo di prigione.

Lui è possessivo, maniaco del controllo, pericoloso. Eppure, nella sua anima spezzata… sa essere delicato con lei.

Per Kieran, Genesis non è solo una moglie. È tutto.

E proteggerà ciò che è suo. Anche a costo di distruggere tutto il resto.

Capitolo 1

GENESIS

«Svegliati, sgorbio.»

Una secchiata d'acqua gelida mi colpì in faccia, inzuppando la coperta sottile e mordendomi la pelle. Ansimai, battendo i denti e aggrappandomi alle lenzuola mentre l'ombra del mio fratellastro incombeva su di me.

Mark ghignò. «Credi di essere una principessa mentre noi ti serviamo?»

Prima che potessi sbattere le palpebre, diede un calcio alla struttura del letto. Il dolore esplose quando caddi a terra, la mascella che sbatteva violenta contro le assi di legno. Mi tirai su, tremando, ma non rimasi giù. Restare a terra significava subire di peggio.

Poi arrivò la voce di Jimmy — calma, pericolosa. «La mamma vuole vederti.»

Si avvicinò, scostandomi le ciocche bagnate dal viso. Il suo tocco mi fece contorcere lo stomaco. Rimasi immobile, con gli occhi bassi, combattendo l'impulso di ritrarmi.

«E non farla aspettare,» mormorò, la voce che scendeva fino a diventare una minaccia.

Scivolai via, asciugandomi le lacrime in fretta prima che potessero vederle. Piangere peggiorava solo le cose.

Di sotto, Monica stava aspettando, bicchiere alla mano, gli occhi acuti iniettati di sangue e freddi. Già dalla porta sentivo l'odore dell'alcol.

«Che ci fai lì impalata?» sbottò. «Vieni qui.»

Obbedii, tenendo lo sguardo fisso sul pavimento.

Mi squadrò, arricciando le labbra. «Patetica. Tuo padre doveva essere cieco per lasciare una come te alle mie cure.»

Mi si strinse il petto. Non se n'era andato per scelta.

Monica si alzò, girandomi intorno come un falco. «Non sei altro che un peso. Un piccolo, sporco scherzo della natura. Se dipendesse da me, staresti a marcire per strada.»

Mi morsi la lingua, restando in silenzio. Mi spinse verso il lavandino. «Strofina questa cucina finché non brilla. E non mettermi in imbarazzo quando servirai la cena stasera.»

La sua mano si abbatté sulla mia schiena. Il dolore mi fiammeggiò tra le costole, ma mi ripresi. La sua risata mi seguì mentre allungavo la mano verso lo straccio. «Sii grata di avere almeno un tetto sopra la testa.»

Strinsi il bancone finché le nocche non divennero bianche. Non avrei pianto. Non qui. Non dove potevano vedermi.

Ancora un anno. Poi me ne andrò.

Al calar della notte, mi faceva male tutto il corpo. Ogni passo era come camminare sui lividi. Ma almeno avevo mangiato: Monica mi aveva permesso di mangiare in camera mia, stasera. Quella era pietà, nel suo mondo.

Sedetti sul bordo del letto, un libro preso in prestito dalla biblioteca aperto sulle ginocchia. Le parole mi offrivano una piccola via di fuga, anche quando inciampavo su quelle difficili.

Così persa nella storia, non sentii la porta aprirsi.

Non lo percepii finché non sentii l'aria cambiare.

Jimmy era appoggiato allo stipite della porta, gli occhi che luccicavano di qualcosa di oscuro. «Ancora sveglia?» chiese, entrando nella stanza.

Il polso ebbe un sussulto. Scossi la testa velocemente e mi alzai, indicando il campanello che aveva appena suonato al piano di sotto.

Sorrise: un sorriso lento, consapevole. «Tu non vai da nessuna parte.»

Allungò la mano verso di me, le dita che si chiudevano attorno al mio polso. Mi tirai indietro, col cuore che martellava, ma lui mi afferrò più forte, la voce che diventava bassa e provocatoria.

Poi...

«GENESIS!» La voce furiosa di Monica tuonò dal piano di sotto.

Jimmy si immobilizzò. La presa si allentò. Indietreggiai inciampando, boccheggiando in cerca d'aria.

«Non muoverti,» sibilò prima di uscire furioso.

Scivolai a terra, tremando, il battito del cuore che mi rimbombava nelle orecchie.

Non era finita.

Non lo era mai.

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