
La Sposa Sostituta del CEO
Louisa · In corso · 359.5k Parole
Introduzione
I miei genitori mi disprezzavano, e mio fratello mi drogava, minacciando la mia vita per costringermi a sposare un uomo morente come sostituta di Leila.
Avendo perso ogni speranza nella mia famiglia, ho firmato un accordo di separazione, tagliando tutti i legami con loro, e ho preso una somma considerevole di denaro come investimento per il matrimonio.
Quello che non sapevano era che ero la misteriosa dottoressa vincitrice del Premio Nobel in medicina, possedendo la tecnologia di ricerca medica più avanzata al mondo...
Capitolo 1
«Ti prego, Diana, non prendertela con papà, mamma e i nostri fratelli! È tutta colpa mia...»
Prima ancora che Diana York potesse rispondere, un sonoro schiaffo le attraversò il viso. La forza fu tale che metà del volto le si intorpidì all'istante, mentre le ronzavano le orecchie.
A colpirla era stato proprio suo padre biologico, Bodhi York.
«Ingrata! Come ho fatto a ritrovarmi con una figlia così velenosa? Sai benissimo che tua sorella ha il cuore debole! Sta per essere operata e tu osi turbarla?»
Diana alzò gli occhi, guardando oltre il volto furioso di lui, verso la ragazza alle sue spalle, protetta dalla madre e dal fratello maggiore, che piangeva come se avesse il cuore a pezzi.
Sei anni prima, Diana era stata riportata a casa, dalla famiglia York, dopo aver vissuto a Rosewood. Allora era al settimo cielo, convinta di aver finalmente trovato una famiglia completa, dei parenti di sangue che le avrebbero voluto bene.
Ma in quei sei lunghi anni, aveva capito di non poter competere nemmeno con un singolo capello della loro figlia adottiva, Leila York.
Non era altro che la banca del sangue personale di Leila, un'ombra cupa per far risaltare la pura bontà della sorella, una sostituta usa e getta da sacrificare quando necessario.
Proprio come in quel momento.
Come se fosse la persona più malvagia sulla faccia della terra, l'intera famiglia la fissava con diffidenza e disgusto, terrorizzata che potesse fare qualcosa per nuocere a Leila.
«Papà, ti prego, non picchiare Diana...» mormorò Leila con un filo di voce. «Mi sposerò io con la famiglia Russell... Anche se Rupert Russell è in stato vegetativo, sono disposta a farlo per la famiglia York.»
Ogni sua parola era una ritirata strategica, studiata per far apparire Diana egoista ed egocentrica. E infatti, la madre biologica di Diana, Bella Lavien, strinse subito Leila in un abbraccio protettivo.
«Leila, tesoro mio! Ma che sciocchezze dici? Stai per subire un'operazione al cuore, come potresti sposarti per portare fortuna? Quel Rupert Russell è praticamente un uomo morto. I medici dicono che non supererà il mese! Ti ritroveresti vedova ancora prima di sposarti!»
Il fratello maggiore di Diana, Idris York, le lanciò un'occhiata di profondo disprezzo. «Diana, non hai un briciolo di vergogna? Leila è disposta a sacrificare la sua vita per te! La famiglia Russell ha chiesto specificamente una figlia degli York. Se non lo sposi tu, pretendi forse che sia Leila ad andare incontro alla morte?»
Quella singola parola — "morte" — rivelava la vera natura di quel matrimonio combinato.
Rupert Russell, il capo del colosso finanziario mondiale The Russell Group, aveva avuto un terribile incidente un anno prima che lo aveva lasciato in stato vegetativo.
La famiglia Russell aveva consultato innumerevoli specialisti senza successo, finché non si era aggrappata alla superstizione secondo cui un matrimonio avrebbe potuto portare fortuna e allungargli la vita.
Avevano scelto la famiglia York, e Leila era la "fortuna" che avevano designato.
Ma ora, con la data delle nozze imminente, lei aveva avuto un improvviso attacco di cuore e piagnucolava di non potercela fare. Così, Diana, la vera figlia dimenticata in un angolo, veniva spinta avanti al suo posto.
Che ridicolo.
Diana osservava il fronte compatto della sua famiglia contro di lei, la loro perfetta armonia nel trattarla come una nemica.
Nei sei anni da quando l'avevano ritrovata e riportata a casa, l'avevano mai considerata parte della famiglia?
Leila indossava abiti firmati da migliaia di euro; Diana portava vestiti comprati sulle bancarelle.
Leila suonava il pianoforte e studiava danza classica; Diana, invece, doveva sbrigare tutte le faccende di casa.
Se Leila sussurrava appena di non sentirsi bene, chiamavano un medico nel cuore della notte. Ma quando Diana si ammalò di polmonite con la febbre alta, la accusarono di fingere per non donare il sangue a Leila.
Leila nascose il viso nell'abbraccio della madre, ma di nascosto alzò lo sguardo per lanciare a Diana un'occhiata di sfida, trionfante.
Quello sguardo proclamava in silenzio la sua vittoria: "Visto, Diana? Che importa se ti hanno ritrovata e riportata a casa? Mamma, papà e i nostri fratelli ameranno sempre e solo me. Tu non sei altro che una bastarda indesiderata!".
Diana si era forse pentita di essere tornata? No. Era disgustata.
«Va bene. Lo sposerò».
Poi, senza dar loro il tempo di reagire, si voltò, salì le scale e tornò nella minuscola stanza in soffitta che non portava quasi nessuna traccia del suo passaggio. Più che una camera da letto, era un ripostiglio.
Diana possedeva pochissimo: solo una piccola valigia. Dentro c'erano alcuni cambi d'abito, una fotografia lasciatale dalla madre adottiva e un piccolo robot medico ancora in fase di sviluppo.
Dopo essersi persa a cinque anni, era stata adottata da un anziano professore di ingegneria biomedica che le aveva trasmesso tutto il suo sapere.
Se non fosse stato per quella ridicola idea dei legami di sangue, perché mai Diana sarebbe tornata lì a farsi maltrattare per sei anni?
La porta si aprì e Idris York entrò, lanciando una carta di credito nera sul letto di Diana. «Su questo conto ci sono cinquecentomila. Considerali un risarcimento. Diana, non prendertela con i nostri genitori per la loro crudeltà, ma con la tua sfortuna. Dopo che ti sarai sposata, vedi di comportarti bene. Non mettere in imbarazzo la famiglia York».
Il suo tono era quello di chi sta liquidando un mendicante.
Diana non degnò la carta nemmeno di uno sguardo. «Voglio l'intera dote. Dopodiché, non avrò più niente a che fare con voi».
«Ma che modi sono? Diana, ti avverto: anche se sposerai uno dei Russell, non illuderti di poter salire di rango. Devi tutto questo a Leila!» sputò Idris con disgusto, prima di sbattere la porta alle sue spalle.
Diana lo ignorò, così come ignorò la carta di credito, e aprì la cerniera della valigia per sistemare le sue misere cose.
La porta della soffitta si aprì di nuovo. Stavolta entrò il suo secondo fratello, Dash York. A differenza dell'irascibile Idris, lui era sempre raffinato ed elegante, e portava degli occhiali dalla montatura dorata come un gentiluomo d'altri tempi.
«Diana». Si avvicinò con un bicchiere d'acqua tiepida, la voce gentile. «Sono appena tornato dal tribunale e ho saputo cos'è successo. Idris ha un caratteraccio, non prendertela».
«I nostri genitori sono solo confusi in questo momento, ma ti vogliono bene. Se davvero non vuoi sposarlo, parlerò io in tuo favore. Le figlie della famiglia York non dovrebbero sacrificarsi per un tornaconto economico».
Dei suoi tre fratelli, il secondo era sempre stato il più gentile. Era l'unico a sembrare preoccupato per la salute di Diana, timoroso che le donazioni di sangue a Leila potessero indebolirla.
Per un istante, guardando il suo viso premuroso, Diana quasi credette di aver avuto un tempo un fratello buono che si prendeva cura di lei. Poi, però, bevve un sorso d'acqua e percepì subito un sapore strano.
Anni di studi medici le avevano affinato i sensi, mettendola immediatamente in allerta.
Diana alzò lo sguardo su Dash York. «Cosa hai messo nell'acqua?».
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«Sei ancora arrabbiato con me?»
Lui gettò via la sigaretta con un gesto secco e la guardò con palese disprezzo. «Arrabbiato? Pensi che io sia arrabbiato? Fammi indovinare: Maya ha finalmente scoperto chi sono e ora vuole "riallacciare i rapporti". Un'altra possibilità, ora che sa che il mio cognome è sinonimo di soldi.»
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Le lacrime le punsero gli occhi. Fu sul punto di parlargli di sua figlia, ma si trattenne. Lui avrebbe solo pensato che stesse usando la bambina per incastrarlo e mettere le mani sui suoi soldi.
Maya ricacciò indietro ogni parola e se ne andò, certa che le loro strade non si sarebbero mai più incrociate. Invece, lui avrebbe continuato a ripresentarsi nella sua vita, finché non sarebbe stato proprio lui a doversi umiliare, supplicandola di riprenderlo con sé.
Il CEO Sopra la Mia Scrivania
«Lo so che ne ha bisogno.»
«E se non volesse questo tipo di protezione?»
«La vorrà», dico, abbassando appena la voce. «Perché ha bisogno di un uomo capace di darle il mondo.»
«E se il mondo bruciasse?»
La mia mano si stringe, impercettibilmente, sulla vita di Violet.
«Allora gliene costruirò uno nuovo», rispondo. «Anche se per farlo dovessi dare fuoco io stesso al vecchio.»
Io non lavoro per Rowan Ashcroft.
Lavoro sotto di lui.
Dalla mia scrivania decido chi ottiene accesso al CEO più spietato della città e chi non supera mai la hall. Gestisco il suo tempo, il suo silenzio, i suoi nemici. Tengo in moto il suo mondo mentre il mio, in silenzio, crolla sotto il peso di bollette non pagate, una madre rinchiusa in riabilitazione e un fratello sparito senza un addio.
Rowan Ashcroft è potere avvolto in un abito su misura.
Freddo. Intoccabile. Spietato.
Non flirta. Non sorride. Non vede le persone: vede soltanto l’utilità.
E per molto tempo io sono stata soltanto utile.
Finché non ha cominciato a guardarmi.
All’inizio è appena una sfumatura, quel cambiamento nella sua attenzione. Una pausa un secondo di troppo. Uno sguardo che indugia. Ordini che mi trascinano più vicino invece di respingermi. L’uomo che incombe sopra la mia scrivania comincia a controllare più del mio calendario, e capisco troppo tardi che essere notata da Rowan Ashcroft è molto più pericoloso che essere ignorata.
Perché uomini come lui non bramano affetto.
Bravano possesso.
Doveva essere un lavoro.
Non una prova dei miei limiti.
Non una lenta, deliberata discesa dentro la sua autorità.
Ma se Rowan Ashcroft decide che io debba stare sotto la sua scrivania, così sia.
La sopravvivenza ha un prezzo, e alle bollette non importa come le pago.












