
Addomesticare la Sua Musa Proibita
authornataliewinter · In corso · 200.1k Parole
Introduzione
Annuii, incapace di pronunciare anche solo una parola.
Si avvicinò di un altro passo, il suo respiro caldo che mi solleticava la pelle.
«Vattene adesso, finché sei ancora in tempo, piccola umana, perché se non lo fai scoprirai che con me non esiste ritorno.»
Tutto ciò che ho sempre voluto nella vita è essere una guerriera e combattere al fianco di mio padre per proteggere il mio branco. Ma per quanto mi sforzassi, lui mi ha sempre vista come un peso di cui liberarsi. Così, quando mi ha sfidato a sopravvivere per un anno alla Silvercrest Academy da umana, ho accettato. Ero pronta ad affrontare eredi alfa arroganti, ma non Damian Volkov: bello e cupo, l’unico stranamente indifferente alla mia presenza, mentre gli altri andavano in crisi ogni volta che mi vedevano. Sopravvivere per un anno diventò una sfida, con gli altri eredi che cercavano di smascherarmi di continuo, come se fossi un mistero da risolvere. Solo con Damian mi sentivo al sicuro, ma lui offriva quella sicurezza a un prezzo che non ero certa di poter pagare.
Capitolo 1
Amber
«Stai ferma, Amber.»
«Sono ferma.»
«Stai respirando in modo troppo aggressivo.»
Quegli spilli sarebbero stati la mia fine: mamma stava cercando di uccidermi con loro mentre tentava di sistemarmi il vestito.
Perché non potevano essere le brutali sessioni di sparring a cui mi intrufolavo di nascosto da quando avevo dodici anni?
Incrociai lo sguardo di mia sorella, Jolene, nello specchio e sillabai “respiro troppo aggressivo” con l’espressione più offesa che riuscissi a sfoderare. Lei si strinse le labbra, lottando contro un sorriso, e distolse lo sguardo prima che mamma se ne accorgesse.
Mia madre mi aveva costretta a indossare un abito di seta color avorio, con ricami d’oro lungo l’orlo e una scollatura che mio padre aveva personalmente approvato come modesta e adatta a una prima presentazione.
Mi faceva sembrare esattamente ciò che dovevo essere, stasera.
Avevo ereditato da mia madre, Lena, i capelli scuri e quella particolare tonalità d’ambra negli occhi, ma lì finivano le nostre somiglianze. Lei portava con naturalezza il ruolo di moglie dell’alpha, e lo faceva sembrare facile.
Io non avevo mai sognato, nemmeno una volta, di diventare Luna o la moglie di qualcuno.
«Papà me l’ha promesso.» Mi voltai dallo specchio, perché non sopportavo più di guardarmi con addosso quel vestito. «Due anni fa mi ha promesso che se mi fossi allenata abbastanza, se avessi dimostrato quanto valgo, mi avrebbe lasciata addestrare come guerriera. Ho superato in corsa ogni Omega di questo branco. Ho sconfitto tre guerrieri di grado del nostro branco nello sparring. Garrett non sopporta nemmeno più di stringermi la mano da quando la scorsa primavera gli ho rotto due dita…»
«Amber.» La sua voce era gentile, ma ferma. «Stasera arriva l’Alpha del branco Crestmoor con suo figlio. Un’alleanza tramite matrimonio proteggerebbe migliaia dei nostri membri. Tuo padre ti sta chiedendo di portare una parte di quel peso. È davvero così terribile?»
«E allora perché non può lasciarmi farlo combattendo al suo fianco?»
Avrei continuato a sproloquiare se non fosse stato per le urla improvvise che squarciarono l’aria.
«Amber, aspetta!»
Ma io stavo già correndo verso la porta, strappando l’orlo ricamato del vestito, e finii dritta nel caos.
«Restate dentro!!»
I cuccioli correvano terrorizzati e vidi un gruppo sconosciuto sfondare il nostro muro esterno, puntando dritto verso casa mia mentre papà e gli altri erano dall’altra parte del confine, pronti ad accogliere i nostri ospiti.
Eravamo sotto attacco di rogue!
Afferrai la prima cosa che trovai: una lancia decorativa dalla staffa a muro accanto all’ingresso della grande sala, e mi lanciai in avanti.
I trenta minuti successivi si trasformarono in un vortice confuso: cercavo di combattere mentre quello stupido vestito minacciava continuamente di impigliarmi le ginocchia e, da qualche parte nel caos, mi ritrovai il sangue di un altro rogue sull’osso dello zigomo.
Riuscii a fermarli proprio nella sala, senza lasciarli passare all’interno per fare del male alla mia famiglia e agli altri membri del branco.
L’abito avorio era coperto di sangue e del mio sudore; l’orlo era a brandelli, dopo che ne avevo strappato via una parte per muovermi meglio.
Sorrisi, trionfante, pensando che quello fosse il momento in cui mio padre mi avrebbe davvero capita.
Mi sbagliavo in modo catastrofico.
Mi voltai ad affrontare mio padre, che entrò con due guerrieri di grado, il volto cupo.
I suoi occhi percorsero il corridoio, registrando tutta la carneficina, prima di posarsi infine su di me.
«Ti era stato detto,» disse, «di prepararti per l’arrivo dell’alpha.»
«Ho salvato mamma e Jolene… c’erano dei cuccioli nel corridoio ovest,» ribattei, cercando di farlo ragionare.
«Hai disobbedito di nuovo a un ordine diretto!»
«Ho scelto i cuccioli invece dell’ordine, e farei la stessa scelta ancora.»
«Basta.»
I guerrieri al suo fianco trasalirono.
Mio padre mi fissò a lungo, lasciando che il suo sguardo deluso scivolasse sulla lancia che stringevo e sull’abito d’avorio stropicciato, fradicio di sangue.
«Tu credi,» proseguì come se non avessi parlato, «che solo perché vivi in questo branco, sotto il mio tetto e la mia protezione, tu sia pronta per una vera guerra.» Gli occhi gli ardevano di rabbia. «Credi di capire che cosa significhi essere un guerriero.»
«Io…»
«Stanotte hai combattuto dei vagabondi impauriti nella sala, che si affannavano a scappare dalla nostra pattuglia di confine.»
Ignorò comodamente il fatto che, tra quei vagabondi, l’unica ancora in piedi fossi io.
«Vuoi la vita da guerriera? Bene.»
Le speranze mi balzarono in petto, prima che pronunciasse l’ultimatum.
«Ti mando alla Silvercrest Academy, per addestrarti a diventarlo.»
Alle mie spalle mia madre ansimò, e Jolene mi tirò per il gomito. Non sapevo quando fossero arrivate, ma vedevo molti più occhi puntati su di noi.
Tutti sapevano che l’accademia era il posto dove venivano mandati i futuri capi branco e i guerrieri per essere spezzati e ricostruiti… o per morire. Non era una scuola, era una fucina.
«Frequentarai quell’accademia come un’umana qualunque, non come la figlia di un alfa» continuò mio padre, con lo stesso tono duro.
«Sopravvivrai un anno all’accademia. E se ci riuscirai, allora potrai dirmi che mi sbagliavo a tenerti nei vestiti.»
«Mark, ti prego.» La voce di mia madre era intrisa di panico. «Le farò mettere un altro vestito. Ha solo protetto i cuccioli, non puoi semplicemente mandarla via.»
«Ne ho abbastanza.» Papà la troncò.
«Ho tollerato le sue sciocchezze per anni, ma è ora che affronti i pericoli reali, fuori dalla protezione di questo branco. Che impari. Che l’accademia le insegni quanto costa la vera guerra. Se riuscirà a sopravvivere contando soltanto su ciò che è, potrà diventare una guerriera in questo branco.»
Non quando, se.
Nel nostro branco c’erano a malapena guerriere, ma avevo sentito dire che in altri branchi, in tutto il regno di Zephyron governato da cinque alfa, qualcuna c’era riuscita. Anche se erano meno di dieci.
Il corridoio era così silenzioso che sentivo il mio stesso battito.
«Oppure potrebbe chiedere scusa e promettere di non toccare mai più un’arma, e dimenticheremo che sia mai successo.»
Mia madre mi guardò disperata, implorandomi di piegarmi alla sua volontà.
Ma avrei preferito morire piuttosto che essere di nuovo esibita come una moglie trofeo.
Guardai mio padre, quell’uomo a cui avevo passato diciott’anni a cercare di dimostrare il mio valore; quell’uomo che mi vedeva in piedi in una pozza di sangue nemico e continuava a guardarmi come un problema da gestire, e raddrizzai la schiena.
«Andrò all’accademia» dissi, di nuovo. «Da nessuno. Sopravvivrò un anno all’accademia.» Non balbettai né inciampai nelle parole come lui pensava che avrei fatto. «E quando tornerò, non prenderai più nessuna decisione sulla mia vita.»
Non se, quando.
Mia madre crollò in un singhiozzo dopo l’altro, stringendo Jolene, che non riusciva a capire che cosa stesse succedendo.
Gli occhi di mio padre non vacillarono. Mi scrutò il volto in cerca di esitazione, e io cercai nel suo un minimo guizzo d’affetto. Nessuno dei due trovò ciò che stava cercando.
«Fatele preparare le cose.»
Si voltò e se ne andò senza nemmeno un ultimo sguardo.
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