
L'Ultima Tribida
Dancingpen · Completato · 216.2k Parole
Introduzione
Due potenti fratelli Alpha dichiarano di essere il suo compagno e vogliono accoppiarsi con lei. Viene trascinata in un mondo pieno di profezie pericolose e guerre, e crolla completamente...
Capitolo 1
Nota dell’autrice
Ai miei lettori,
grazie di cuore per aver scelto questo libro. Il vostro sostegno per me significa davvero tutto.
Voglio scusarmi sinceramente, fin da ora, per eventuali errori che potreste notare durante la lettura. Questo libro non è stato ancora sottoposto a un editing professionale e, mentre scrivevo, può darsi che mi siano sfuggiti qua e là alcuni dettagli. Potreste anche accorgervi di piccole incoerenze con certi nomi dei personaggi o di lievi cambiamenti strada facendo: è successo semplicemente per una mia svista, mentre costruivo la storia.
Vi chiedo gentilmente di avere pazienza con questi errori e di provare a concentrarvi sul cuore del racconto. Spero davvero che non rovinino la vostra esperienza di lettura, perché questo libro è stato scritto con tanta passione, emozione e amore per il raccontare storie.
Grazie per la comprensione, per il supporto e per essere qui con me.
Con affetto, sempre
Astrid
Le ombre si mossero prima di me.
Serpeggiavano tra gli alberi, allungandosi in modo innaturale sul suolo della foresta. L’aria era densa, umida, sbagliata. I piedi martellavano la terra mentre correvo, il respiro spezzato in ansimi taglienti e irregolari. I rami mi graffiavano le braccia, ma non mi fermai. Non potevo.
C’era qualcosa alle mie spalle. Che mi osservava. Che mi inseguiva.
Non osai voltarmi.
Poi arrivarono i sussurri. All’inizio bassi e lontani, ma via via più forti, che mi si avvolgevano addosso come un alito gelido sulla pelle.
«Astrid.»
Deglutii a fatica e spinsi avanti, il cuore a colpire le costole come un martello. Davanti a me gli alberi si stendevano senza fine, un labirinto di buio senza pietà. Le gambe bruciavano, eppure continuai a correre, trascinata dal terrore che mi artigliava il petto.
Poi lo vidi.
Un lupo enorme stava nella radura davanti a me, a sbarrarmi la strada. Il pelo era scuro come mezzanotte, confuso con le ombre come se ne fosse nato. Due occhi color brace ardente si fissarono nei miei, accesi di qualcosa che non capivo.
Frenai di colpo, il torace che si sollevava e ricadeva.
Avrebbe dovuto attaccare. Avrebbe dovuto scattare contro di me, mostrare le zanne, fare qualcosa.
Invece no.
Il lupo abbassò il capo.
Non per aggressività.
Non per avvertimento.
S’inchinò.
Come un servo davanti alla sua regina.
Un brivido freddo mi strisciò lungo la schiena. L’istante si dilatò, denso di tensione, denso di qualcosa di antico, di potente. Il respiro mi si spezzò in gola.
Poi tutto svanì.
Mi svegliai con un sussulto, il cuore a tamburellarmi contro le costole. La mia stanza era buia, ma l’incubo mi restava addosso, pesante, viscoso. La pelle era umida di sudore, il respiro incerto mentre mi tiravo su a sedere.
Era solo un sogno. Solo un—
Mi immobilizzai.
L’odore di terra bagnata mi riempì il naso: il profumo intenso e inconfondibile della foresta aleggiava ancora nell’aria. Le dita si strinsero nelle lenzuola, e allora lo sentii. Un pizzicore acuto sul braccio.
Scostai di colpo le coperte. Il fiato mi si bloccò in gola.
Lì, sulla pelle, c’erano tre graffi lunghi e sottili.
Freschi.
Reali.
Inspirai lentamente e lasciai uscire l’aria, costringendo il battito a calmarsi. Era solo un incubo. Un incubo stupido, vivido.
E quei graffi? Me li sarò fatti da sola nel sonno. Magari ho l’abitudine di sonnambulare e inciampare in cose a caso. Sì, aveva senso. Di certo non avrei cominciato a pensare che i miei sogni potessero allungarsi fino a toccarmi davvero.
Cercando di scrollarmelo di dosso, portai le gambe fuori dal letto e mi alzai. Il corpo era rigido, come se avessi passato davvero la notte a correre nel bosco. Feci ruotare le spalle e scacciai quel pensiero, dirigendomi in bagno.
Quando aprii l’acqua della doccia, incrociai il mio riflesso nello specchio: gli stessi capelli castani e mossi, gli stessi occhi scuri, la stessa ragazza che stava cercando di capire la propria vita un passo alla volta. Avevo diciott’anni, ero all’ultimo anno di liceo e vivevo quella che avrebbe dovuto essere una vita piuttosto normale.
Se non fosse che “normale” non mi era mai sembrato davvero giusto.
Non ricordavo molto di prima di essere stata adottata a otto anni. Solo lampi: notti fredde, volti sfocati, e il suono di qualcuno che chiamava il mio nome con una voce che non riuscivo a collocare. I miei genitori affidatari, Tom e Renee Monroe, mi avevano accolto, mi avevano dato una casa, una vita. Erano brave persone, e io li amavo.
Ma era sempre mancato qualcosa. Un vuoto nel mio passato che nessuno riusciva a colmare.
Distolsi lo sguardo dallo specchio ed entrai nella doccia, lasciando che l’acqua bollente mi lavasse via l’inquietudine rimasta addosso. Quando ebbi finito mi sentivo più me stessa. Mi infilai un paio di jeans e una felpa aderente, mi legai i capelli in una coda disordinata e afferrai la borsa prima di uscire dalla camera.
L’odore di caffè e pane tostato mi investì non appena entrai in cucina.
«Buongiorno, piccola», mi salutò papà da dietro il giornale, lanciandomi un’occhiata veloce sopra la montatura degli occhiali. «Sembri non aver chiuso occhio.»
«Wow, grazie, papà», borbottai, prendendo una fetta di toast.
Mamma era già al bancone e si stava preparando il caffè come piaceva a lei: decisamente troppo zucchero, pochissimo latte. «Studio fino a tardi?» chiese, inarcando un sopracciglio.
«Più o meno», mormorai, senza nessuna voglia di spiegare perché avessi la faccia di chi è appena sopravvissuta a un film dell’orrore.
Non avevo intenzione di dirgli del sogno. Né dei graffi.
«Be’, mangia qualcosa prima di andare», disse mamma, sorseggiando il caffè. «E ricordati che stasera ceniamo insieme. Niente allenamenti, niente piani all’ultimo minuto. Solo tempo in famiglia.»
«Ricevuto», dissi con la bocca piena di toast, poi presi la borsa e uscii.
Il tragitto in macchina fino a scuola fu rapido; la mia solita playlist sparava dalle casse mentre cercavo di scacciare gli ultimi residui del sogno. Quando entrai nel parcheggio, la vista familiare della Eastwood High mi rimise in carreggiata.
Normale.
Dovevo solo concentrarmi sul normale.
Mi misi la borsa a tracolla ed entrai, facendomi strada tra i corridoi affollati fino alla prima lezione. Ma nel momento esatto in cui spinsi la porta, lo stomaco mi sprofondò.
Lì, appiccicata al fianco del banco di Jason, c’era Bianca.
La ragazza di Jason.
O qualunque cosa fosse per lui.
Le sue dita curate erano affondate tra i suoi capelli, il corpo quasi stampato contro il suo, e Jason—Jason non è che la stesse respingendo, esattamente.
Rimasi immobile per mezzo secondo, stringendo un po’ di più la tracolla della borsa, poi mi costrinsi a entrare come se non fossi appena piombata in qualcosa che decisamente non volevo vedere.
Jason e Bianca. Non so come, ma in qualche modo stavano insieme.
Jason è il mio migliore amico da quando eravamo piccoli e, anche se una volta provavo qualcosa per lui, non so se lui abbia mai sentito lo stesso.
Non fu fino a quando un giorno mi invitò a casa sua—io pensavo che saremmo stati solo noi due—che, con nonchalance, accennò al fatto che sarebbe venuta anche la sua ragazza.
Ragazza???
Cioè, chi fa una cosa del genere?
Avrei dovuto capirlo. Jason era sempre stato amichevole, alla mano, il tipo di ragazzo che alla gente piace senza sforzo. Quindi, ovvio: Bianca gli si era avvinghiata addosso come un maledetto serpente alla prima occasione.
Alzando gli occhi al cielo, li superai e andai dritta al mio posto, imponendomi di ignorare il modo in cui le labbra di Bianca si piegarono in un sorrisetto compiaciuto.
Detestavo anche solo guardarla. Era esattamente il tipo di ragazza convinta che il mondo le girasse attorno—ricca, bella, e una bulla certificata. E, naturalmente, aveva il suo club di fan.
Dall’altra parte dell’aula, le sue scagnozze sedevano con i rispettivi ragazzi, ridacchiando per qualcosa sui telefoni. Perfetto.
Sarebbe stata una giornata lunghissima.
Quando la lezione finì, ero riuscita a restare fuori dai guai, ma Bianca non riusciva proprio a trattenersi.
Mentre prendevo la borsa, la sua voce risuonò, sdolcinata fino a far venire la nausea, ma intrisa di veleno.
«Attenta, Astrid. Con il modo in cui ti aggiri attorno a Jason, la gente potrebbe pensare che tu sia il suo cagnolino.»
Mi fermai di colpo.
Ma che cazzo aveva appena detto?
Lentamente mi voltai verso di lei, l’espressione vuota, ma le dita mi scattarono lungo i fianchi.
Jason era lì. L’aveva sentita. Aveva visto il modo in cui Bianca sorrideva, aspettando una reazione.
E lui se ne stava lì.
Non una parola. Neanche una dannata parola.
Il sangue mi ribollì.
Senza degnarli di un altro sguardo, mi girai sui tacchi e uscii dall’aula a passo di tempesta.
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Peccato Adottivo
È tutto ciò che ho sempre desiderato...
Finché tutti i miei sogni non mi crollano addosso.
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Ma non basta mai.
Ne voglio di più.
Vietato, Il Migliore Amico di Mio Fratello
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