
Lost Reapers MC - Rivendicata dai Biker
Emma Mountford · In corso · 289.7k Parole
Introduzione
Sette anni fa commise un terribile errore che li avrebbe separati per sempre.
Ora sta solo cercando di ricostruirsi una vita.
Trasferirsi in un quartiere tranquillo doveva essere l’inizio di qualcosa di bello, e lo fu… finché non si rese conto che i The Lost Reapers MC erano i suoi vicini di casa.
I biker portano guai… lo sapevano tutti.
Tutti, a quanto pare, tranne Charlotte, che si scopre irresistibilmente attratta non da uno, ma da due biker.
Ma chi sceglierà? E, cosa ancora più importante, avrà almeno la possibilità di farlo?
Perché il passato sta per raggiungerla, e i suoi due biker da capogiro potrebbero non riuscire a salvarla in tempo.
**contiene i seguenti temi
MMF
Why Choose
Sesso esplicito
Violenza e SA (non tra i personaggi principali)
Romanzo proibito
Libro 2 – Daisy in Chains
***contiene i seguenti temi
Sesso esplicito
Brontolone/solare
Differenza d’età
Violenza, ☠️ e riferimenti a SA (non tra i personaggi principali)
Libro 3 – Runaway Muse
***contiene i seguenti temi
Sesso esplicito
Gli opposti si attraggono
Identità segreta
Lutto e violenza (sia in scena sia fuori scena)
Copertina – RJ Creatives
(Nessuna IA è stata utilizzata in alcuna fase della produzione di questo)
Capitolo 1
Lottie
La musica era così alta che pareva far vibrare le pareti. Il che era sorprendente, perché la mia nuova casa non era attaccata ad altre abitazioni. L’avevo scelta proprio per la privacy che mi avrebbe garantito e per la quiete.
Anche se la quiete sembra essere l’ultima cosa a cui pensi il mio vicino più prossimo. Avevo passato il pomeriggio a osservare moto dopo moto e auto dopo auto risalire la strada isolata fino al suo cancello. Mi era perfino sembrato strano, ma adesso sapevo perché continuava ad arrivare così tanta gente.
Stavano facendo una festa, e una di quelle grosse.
Il genere di festa da cui mi ero sempre tenuta alla larga, anche quando ero una ragazzina stupida e pensavo che spingere i limiti imposti dai miei genitori fosse il modo giusto per attirare l’attenzione di Killian.
Killian.
Il suo nome era una preghiera e una maledizione per me. Anche dopo sette anni e quattro mesi, il suo nome riusciva ancora a farmi reagire fisicamente. Il cuore accelerava. I palmi mi si inumidivano e il—
Be’, nessuno era mai riuscito ad avvicinarsi al tipo di piacere che Killian Johnson mi aveva dato.
Probabilmente nessuno ci sarebbe mai riuscito.
A letto, Killian era una macchina.
Fuori da lì, era un mostro.
Mi ci era voluto soltanto un po’ per strapparmi via quegli occhiali con le lenti rosa e vedere mio fratello affidatario per quello che era davvero.
Uno psicopatico.
Killian Johnson era guai, e lo era ancora. Per mia fortuna, da quando era uscito di prigione due anni fa, non l’avevo più visto. E meglio così, visto che ero stata io a farlo finire dentro.
Era stata la mia testimonianza a incastrarlo, e lo sguardo che mi aveva lanciato dal banco degli imputati quando lo condannarono era l’unica cosa a cui pensavo più spesso della sensazione di lui tra le mie gambe.
Maledetto Killian Johnson. Maledetto.
Scuotendo la testa, intinsi di nuovo il pennello nella vernice e lo passai sulle pareti grigie.
Non avevo mai capito perché la gente usasse il bianco e il grigio nelle proprie case. Non volevano che la loro casa fosse interessante? Che avesse un po’ di brio, un po’ di carattere?
O forse ero solo io. Dopo anni passati a vivere sotto le regole ferree dei miei genitori, nel momento in cui ero stata abbastanza grande da infrangerle l’avevo fatto, e da allora lo facevo ogni giorno.
Forse a loro non piacevano le mie scelte di vita, ma le bollette me le pagavo da sola e potevo fare ciò che volevo.
Partì un altro colpo di beat, più forte e più duro del precedente, e la vernice schizzò letteralmente dal pennello sulla mia mano e colò lungo il braccio. Una macchia rossa brillante, che somigliava al sangue.
La fissai per un istante, seguendo quella scia, e fui risbattuta nel passato. A un’altra notte, proprio come quella, in cui non era vernice: era davvero sangue a ricoprirmi le mani e il braccio.
La bile mi risalì in gola, densa e violenta, così in fretta che ingoiarla fu una lotta.
«Oh, basta.» Scattai contro la stanza vuota che mi circondava. «Basta pensare a quella notte, basta pensare a lui. Non è stata colpa tua.»
Le scatole ai miei piedi non mi risposero; non me lo aspettavo, del resto. E non mi aspettavo nemmeno una risposta da parte mia. La verità la conoscevo: semplicemente, non mi impediva di ripetermi quella specifica bugia. E forse un giorno ci avrei creduto davvero.
Forse.
Con un sospiro pesante, rimisi il pennello nella vaschetta e feci un passo indietro. Dipingere era terapeutico, di solito. Ma con il frastuono proveniente da casa accanto che martellava senza sosta, stava solo riuscendo a farmi irritare.
Mi era stato promesso che quella era una zona tranquilla. Niente criminalità. Sicura.
Era per quello che avevo firmato il contratto, anche se l’affitto era astronomico.
Avere un posto sicuro in cui vivere era sempre in cima alla mia lista—nel caso.
Be’, nel caso in cui Killian avesse deciso di presentarsi a bussare, dopotutto.
«Non lo farà», mi dissi con fermezza. «Non oserebbe, e sa perché l’ho fatto. Perché dovevo farlo.»
Un’altra bugia, ma questa era una bugia a cui credevo già per metà.
E comunque, se Killian avesse voluto creare problemi, l’avrebbe già fatto. Lo conoscevo: non avrebbe avuto la pazienza di aspettare per rovinarmi la vita.
Mi strofinai le mani macchiate di vernice sui miei shorts di jeans e guardai fuori, notando le luci della casa accanto lampeggiare attraverso gli alberi che separavano le nostre proprietà.
Una festa, sì, e pure una bella grossa.
Attraversai la stanza e, premendo il naso contro il vetro, cercai di dare un senso ai movimenti tra i tronchi, ma sembrava soltanto un unico grande caos.
E un sacco di corpi seminudi. Alla luce intermittente si vedevano lampi di pelle.
Alzai gli occhi al cielo. Non so cosa mi aspettassi da quel quartiere. Un ricevimento in abito da sera? Qualcosa del genere che avrebbero organizzato i miei genitori? Che stupida supposizione.
La notte era tiepida, l’estate era nel pieno. Ovviamente stavano facendo una festa in piscina. Probabilmente avrei fatto lo stesso anch’io, se avessi avuto degli amici lì. Ma dopo sei anni passati a spostarmi da un posto all’altro ogni pochi mesi, l’amicizia era qualcosa che non riuscivo semplicemente a mantenere.
Chiunque abitasse nella casa accanto sembrava avere un sacco di amici, e si stava divertendo da morire, e non ero così orgogliosa da non ammettere che ero un po’ gelosa. Erano anni che non venivo invitata a una festa.
L’ultima volta, probabilmente, era stata l’estate prima che mandassi a puttane la vita di tutti. Compresa la mia.
Mi voltai scalza e attraversai la casa vuota prima ancora di rendermi conto di ciò che stavo facendo. Era come se il basso martellante della musica da ballo e le luci lampeggianti mi attirassero a sé.
Lasciai la porta d’ingresso appena accostata e mi mossi in punta di piedi attorno alla casa e tra gli alberi. Serpeggiai tra i tronchi in ombra finché arrivai alla recinzione di confine.
Qui fuori la musica era ancora più forte. Pulsava con una violenza tale che il mio cuore pareva sincronizzarsi al suo ritmo.
Attraverso una fessura nella vecchia staccionata di legno osservai i partecipanti alla festa. Inspirando d’istinto, mi resi conto che lì dentro stava succedendo molto più che ballare. Certo, c’erano donne in bikini, alcune che schizzavano acqua in piscina, ma ovunque vedevo corpi nudi che si contorcevano. Alcuni danzavano, altri facevano una danza più intima con il partner scelto.
Dio, alcuni ne avevano più di uno.
La scena davanti a me sembrava un sogno edonistico, e non riuscivo a distogliere lo sguardo.
Non ero una bacchettona, ma in vita mia non avevo mai visto niente del genere.
Sembravano tutti divertirsi da morire.
E io—
Io ero fottutamente gelosa.
Quand’era stata l’ultima volta che mi ero divertita così con qualcuno del sesso opposto? Mesi. Non perché non ci provassero, ci provavano sempre, ma semplicemente perché non avevo voglia del sesso noioso e banale e della fatica di far finta che fosse bello.
Le donne là dentro non sembravano avere questo problema.
«Tutto bene, Boo?»
Un urlo mi si bloccò in gola e indietreggiai di scatto. Mi ripresi appena in tempo per non finire col sedere per terra.
Molto sopra la mia testa, appollaiato sul bordo della staccionata come un corvo in pelle nera, c’era un uomo. O almeno, pensai fosse un uomo. Sotto la maschera che gli copriva il viso era impossibile dirlo. Le x fluorescenti dove avrebbero dovuto esserci gli occhi parevano muoversi.
Stava ridendo perché mi aveva spaventata?
Stronzo.
«Mi hai spaventata», ringhiai, con una mano ancora premuta sul cuore che mi martellava in petto. «Stronzo.»
L’uomo sulla staccionata non mosse un muscolo per cinque interminabili secondi, poi si tirò su la maschera, rivelando labbra piene, l’ombra della barba e la carnagione più splendida che avessi mai visto. Tirò fuori una sigaretta dalla tasca, l’accese e soffiò verso di me un lungo pennacchio di fumo grigio.
«Tieni.» Con un sorrisetto, mi porse la sigaretta. «A volte guardare può essere eccitante quanto partecipare, non trovi? E mi sa che a te serve.»
Scossi la testa e feci un passo indietro. «No, grazie. Fumare è un vizio disgustoso.»
«Disgustoso è anche spiare le effusioni intime di qualcuno da un buco nella staccionata, ma eccoci qui.»
Lo fissai in cagnesco e scossi la testa, anche se aveva ragione. «Non stavo spiando i momenti intimi di nessuno», ribattei secca. Anche se lo stavo decisamente facendo. E l’umidità nelle mutandine dimostrava che lo spettacolo mi era piaciuto eccome. «Vengo da casa accanto, la musica è così alta che volevo chiedere al proprietario di abbassarla un po’. Non volevo vedere quello che ho visto.»
Un’altra boccata: la brace arancione gli illuminò il volto per un secondo, prima che scavalcasse e saltasse giù, atterrando con leggerezza proprio davanti a me. «Di solito, per lamentarsi, la gente usa la porta d’ingresso. Se ne ha il coraggio.»
Un altro guizzo delle sue labbra.
Era più che altro che lo stronzo stava cercando di non ridermi in faccia.
«Io solo non—»
Stavolta non provò nemmeno a trattenersi. «Tranquilla, Boo.» Gettò via la sigaretta mezza fumata. «Ti accompagno alla porta d’ingresso, a meno che—»
Non avevo bisogno di vedere i suoi occhi per sapere che mi stava passando in rassegna. E avresti dovuto essere cieco per non capire che gli piaceva quello che vedeva.
«Non vuoi fare una festa più privata, solo io e te.»
Alzai gli occhi al cielo. «Nei tuoi sogni, stronzo.»
Portandosi una mano al cuore, barcollò all’indietro come se l’avessi colpito. «Ohhh, tu ci sarai eccome, Boo. Dai. Ti faccio strada così puoi chiedere al tuo vicino di abbassare il volume.»
Non potei farne a meno. Risi. Scossi la testa e mi misi al suo passo, anche se la sua falcata era almeno il doppio della mia.
«Correre nel bosco a piedi nudi è da stupidi, lo sai.» si sfilò un’altra sigaretta.
«Anche fumare lo è, eppure eccoci qui.» Non c’era modo che ammettessi quanto mi bruciassero le piante dei piedi.
«Touché.» Fece spallucce. «Voglio dire, potrei prenderti in braccio, ma—»
Accelerai, furiosa. Non avevo bisogno che un tipo inquietante con la maschera mi portasse in giro. Mi bastava che abbassassero la musica quel tanto che mi permettesse di dormire e poi potevano tornare alla loro orgia.
E non ero affatto gelosa. Per niente.
«Aspetta.» Mi bloccai, i piedi nel fango e a metà sull’asfalto. Qui c’era più luce e riuscivo a vederlo più chiaramente.
La maschera era di nuovo sul viso, ma non c’era alcun dubbio su quello che indossava sopra la sua immacolata t-shirt bianca.
I miei occhi scivolarono sul gilet di pelle nera.
«Sei un biker.»
Annui. «Già. Sembri sorpresa, Boo.»
«No, è solo che…» Mi mordicchiai il labbro fissando il cancello accanto. «Mi hanno detto che questa zona era sicura. Niente criminalità.»
Continuò a fissarmi. «È sicura. La teniamo noi, sicura.»
Forse era solo una mia impressione, ma sembrava quasi offeso, e quella era l’ultima cosa che volevo.
Far incazzare dei biker non era nella mia lista delle cose da fare. Non avrei mai più commesso quell’errore.
«Certo, be’, grazie, ma credo che tornerò a casa.»
«Non vuoi entrare a lamentarti con il proprietario?» inclinò la testa di lato. «Sono abbastanza sicuro che ti ascolterà… una cosina carina come te.»
Mi imposi con forza. «No, va bene così.»
La risata dello sconosciuto mascherato gli gorgogliò in gola, condiscendente, a dir poco. «Peccato, perché lui ti vuole davvero a quella festa.»
«Eh?» Confusa, mi voltai di nuovo verso di lui.
«Ehi.» Mi porse la mano. «Xander, vicepresidente dei Lost Reapers. Questa è casa mia.»
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