La Luna Timida Esiliata

La Luna Timida Esiliata

McKenzie Shinabery · Completato · 226.7k Parole

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Introduzione

Kira non era mai stata destinata a brillare.
Era la gemella che la sua famiglia disprezzava: la lupa silenziosa e obbediente che avevano deriso fino a renderla invisibile. Ma quando il Raduno degli Alfa la marchia come indegna e la scaccia, il destino prende una piega terrificante.

Perché lui si fa avanti.
Toren. L'Alfa di cui si sussurra con timore, il predatore che governa col sangue e col silenzio. Non ha mai preso una compagna. Non si è mai piegato per nessuno.
Fino a Kira.

Con una sola dichiarazione, la lega a sé davanti agli occhi di ogni branco:
«Lei appartiene a me».

Ora, la ragazza che non era niente è intrappolata nell'orbita dell'Alfa più pericoloso che esista. Il suo tocco la scotta, la sua protezione la soffoca, il suo desiderio è una gabbia da cui non può fuggire. Eppure, ogni suo sguardo, ogni sussurro, la trascina sempre più a fondo nella sua oscurità.

Desiderata. Posseduta. Marchiata.
Kira deve scegliere: combattere il legame che la terrorizza, o arrendersi all'Alfa che potrebbe divorarla per intero.

Capitolo 1

Il bucato. Sempre il bucato.

Il cesto mi premeva contro il fianco mentre attraversavo il corridoio della casa del branco, con l'odore di sapone appiccicato alla pelle. Ogni femmina del branco aveva le sue mansioni: liste rigorose impartite dall'Alfa Lucas in persona. Se fallivi, c'era una punizione. Brutale e pubblica.

Io non fallivo mai.

Non perché fossi perfetta, ma perché non potevo permettermelo.

I miei genitori si assicuravano che fosse così. Non solo dovevo completare la mia lista, ma mi costringevano a fare anche quella di Lyra. La mia sorella gemella. La loro preferita. La loro stella più brillante.

Forse condividevamo gli stessi occhi verde muschio e i capelli scuri, ma la somiglianza finiva lì. Lyra era tutto ciò che io non ero: estroversa, affascinante, con la risata facile. Si dipingeva le labbra di rosso, si arricciava i capelli e camminava come se ogni sguardo che le si posava addosso le appartenesse. Io tenevo i capelli raccolti, le labbra al naturale, il mento basso. Lei era la figlia adorata. Io ero il fardello.

Dicevano a tutti che era colpa mia se lei non aveva mai ricevuto la sua lupa. Colpa mia se non si sarebbe mai trasformata, se non avrebbe mai corso sotto la luna, se non avrebbe mai sentito il legame del branco scorrerle nel sangue. Mia madre lo sussurrava ai vicini con lacrime di coccodrillo. Mio padre, il Beta Maverick, lo ripeteva come un vangelo a chiunque volesse ascoltare. «Se solo Kira non fosse nata, Lyra sarebbe stata più forte.»

Lyra stessa non perdeva mai occasione per ricordarmelo. I suoi sorrisi erano pugnali, le sue parole intrise di veleno. «Non fissare troppo i guerrieri, sorella» mi sussurrava con finta preoccupazione. «Ti guardano solo perché non possono avere me.»

Deglutii a fatica a quel ricordo, mentre spingevo con il fianco la pesante porta degli alloggi dei guerrieri.

L'aria all'interno era densa dell'odore di sudore, acciaio e cuoio umido. Alcuni guerrieri alzarono lo sguardo, interrompendo ciò che stavano facendo: affilare lame, slacciare stivali. Le conversazioni si spensero. Lo sentii subito: il peso dei loro occhi.

Cercavano di nasconderlo, tossendo, spostandosi, fingendo di concentrarsi sulle armi mentre io posavo pile di vestiti appena lavati e piegati sulle loro brande. Ma la fame ha un odore, e si diffondeva nell'aria più forte del sapone che avevo sulle mani.

Il cuore prese ad accelerare. Tenevo la testa bassa, gli occhi fissi sulla stoffa, disperata di finire in fretta.

E poi feci l'errore di alzare lo sguardo.

Darin.

Il migliore amico di mio padre. Un beta, come lui. Il suo sguardo non era per niente come quello degli altri. Mentre i loro erano sguardi fugaci e colpevoli, il suo indugiava: lento, deliberato, spogliandomi. Le sue labbra si curvarono in un accenno di sorriso che non arrivò agli occhi.

Non era affetto. Non era ammirazione.

Era fame.

Una fame così acuta che la sentii graffiarmi la pelle come un artiglio. I suoi occhi mi percorsero con la pazienza di un predatore che decide dove mordere per primo. Non era lo sguardo di un membro del branco. Non quello di un amico di mio padre. Era un lupo che fissava la sua preda.

Il calore mi avvampò su per il collo. La vergogna mi bruciava nel petto. Strinsi più forte il cesto, le nocche bianche.

Lui non distolse lo sguardo.

Se mio padre – se il Beta Maverick – lo avesse sorpreso, ci sarebbe stato del sangue. Mio padre poteva anche disprezzarmi, ma custodiva il suo onore come una lama. Eppure, questo non aveva mai fermato Darin. Non aveva mai fermato nessuno di loro.

Staccai gli occhi dai suoi e quasi inciampai mentre mi affrettavo verso la porta. Il respiro si fece corto, il cuore martellava contro le costole. Il cesto sembrava più pesante, le braccia più deboli, ogni passo trascinato a terra dal peso di essere stata vista.

Non lo sopportavo.

Non il bucato. Non gli sguardi. Non questa vita in cui ero invisibile eppure mai non vista.

Riuscii ad arrivare appena fuori dalla porta dei guerrieri prima che le gambe mi cedessero. La schiena si appoggiò contro la parete fresca rivestita di legno e presi delle boccate d’aria tremanti. Il cesto scivolò a terra con un tonfo sordo, le mani che tremavano mentre le premevo sul petto.

Salva. Per ora.

Almeno, finché la porta non scricchiolò alle mie spalle.

Le loro voci si riversarono fuori, basse all’inizio, poi più taglienti mentre ridevano tra loro. Mi bloccai, ogni muscolo teso.

«È più bella di Lyra» rimbombò la voce di Darin, vellutata e senza vergogna.

L’aria mi uscì dai polmoni con un sibilo acuto che riuscii a malapena a soffocare.

Un altro guerriero sibilò: «Attento. Non dirlo così forte. Il Beta Maverick ti farebbe a pezzi se ti beccasse a sbavare dietro a sua figlia».

Darin si limitò a ridere, una risata profonda e noncurante. «A Maverick non gliene frega un cazzo. Non per davvero. Non vuole solo che le altre femmine lo sentano. Crea solo casini. Guai. Meglio tenere le cose tranquille».

Il polso mi martellava nelle orecchie. Mi aggrappai al muro come se potessi svanire al suo interno.

Si aggiunse un’altra voce, più aspra, venata di un divertimento crudele. «Tranquilla, forse, ma tenera. Non hai visto come tremava? Scommetto che si dibatterebbe, ma solo un po’. Quel tanto che basta per renderlo divertente».

La stanza esplose in una risata.

Sguaiata. Famelica. Voci maschili mi rodevano i contorni come denti.

La vista mi si annebbiò, la gola che bruciava mentre la bile saliva. Afferrai il cesto con entrambe le mani e corsi lungo il corridoio. Le gonne mi si impigliavano tra le gambe, ma non mi fermai finché non inciampai dentro la lavanderia, sbattendomi la porta alle spalle.

Solo allora lasciai che le lacrime mi pungessero gli occhi. Mi premetti il dorso della mano sulla bocca per soffocare ogni suono, il petto che si sollevava e si abbassava mentre lottavo per restare in silenzio.

Sempre in silenzio.

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